Sfiducia a Pecoraro: l’Unione cerca scampo col trucco dell’astensione

Mercoledì il voto di sfiducia, decisivo per il governo. Il Pd all'opera per convincere i senatori riottosi a non votare. Prodi ottimista: &quot;Il governo non cade&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=235451">Fabris: &quot;E' rottura, indietro non torniamo&quot;</a></strong>

Roma - Mai come stavolta i conti di Palazzo Madama non tornano: il capogruppo Prc Russo Spena non nasconde il pessimismo: «Penso che mercoledì perderemo». E un alto esponente del governo confida: «Mi sa che siamo al capolinea».

Mercoledì il Senato vota la mozione di sfiducia al ministro verde Pecoraro Scanio. E i voti per evitare che venga approvata non sembrano esserci: Dini e Scalera vengono dati per persi (mentre il terzo diniano, D’Amico, sosterrà il ministro), Fisichella pure, Pallaro non ha alcuna intenzione di smuoversi dalle pampas. Dall’Ulivo confidano che stavolta «i senatori a vita non ce la sentiamo neppure di chiamarli»: a parte Cossiga che probabilmente ci sarà, gli altri hanno fatto capire il proprio imbarazzo. E poi c’è l’incognita di Mastella e dei suoi tre voti, su cui nessuno mette la mano sul fuoco. Anzi. «Stavolta la vedo molto brutta», sospira il veltroniano Giorgio Tonini.

Eppure, ieri sera il ministro Pecoraro (che continua a resistere alle pressioni del governo e della maggioranza, che vorrebbero facesse il «bel gesto» di dimettersi prima di mercoledì, per essere sostituito dalla sua fedelissima Grazia Francescato) faceva sapere ai suoi interlocutori di essere «ottimista». Il tentativo che si sta facendo, e in cui il Pd si sta impegnando, è quello di convincere i senatori anti-Pecoraro della maggioranza ad astenersi anziché votare a favore. E poiché al Senato l’astensione vale come voto contrario, la mozione potrebbe non passare. Ci si riuscirà? Dai piani alti del Pd assicurano di sì, e non a caso Veltroni ieri sera si è esposto in una forte dichiarazione di solidarietà al ministro dell’Ambiente e ai verdi, assicurando che il Pd è impegnato «per respingere il disegno strumentale delle destre». Parole che servono anche a tener buono Prodi, irritatissimo con il leader del Pd per l’esternazione di Orvieto contro i piccoli partiti che ha messo in fibrillazione una coalizione già sull’orlo dell’implosione.

E se ci si riuscirà, spiegano in ambienti di governo del Pd, sarà perchè la partita sulla legge elettorale sta arrivando al dunque: Forza Italia e Veltroni potrebbero nei prossimi giorni riuscire a strappare da Rifondazione modifiche sostanziali all’ultima bozza Bianco (in particolare il ritorno al riparto regionale dei resti, apprezzato anche dalla Lega) che favorirebbero fortemente il primato elettorale dei due principali partiti. Se si accelera su una legge elettorale che piace sia a Veltroni che a Berlusconi, allora tanto vale tenere Prodi a bagnomaria per altri sei mesi, evitare il referendum e poi andare al voto con regole nuove. Insomma, si confida, «siamo nelle mani di Berlusconi: se mercoledì evitiamo il tonfo, vuol dire che il Cavaliere sceglie questa strada». Anche se in casa veltroniana non si smette di accarezzare l’idea di un governo tecnico, che eviti al leader Pd di arrivare alle elezioni con addosso la micidiale eredità del governo Prodi.

Prodi, dal canto suo, si prepara a resistere anche nell’ipotesi che Pecoraro venga sfiduciato. Non ha accolto la controproposta dei verdi (spostare Pecoraro all’Agricoltura e mettere De Castro all’Ambiente prima del voto). Ma ha assicurato che interverrà in aula per difendere il ministro e chiedere di respingere la sfiducia.

A Palazzo Chigi spiegano però che non metterà affatto in gioco la propria testa: non ci pensa neppure a dire che in ballo c’è la fiducia all’intero governo. E se la sfiducia verrà approvata, la tesi che Prodi sosterrà (Napolitano permettendo) è che «si tratta di una mozione contro un singolo ministro, non contro il governo». Che andrà avanti comunque, sostituendo Pecoraro «magari con un tecnico ambientalista». I verdi hanno capito l’antifona e hanno minacciato: «Se Pecoraro, che è il nostro segretario, deve andarsene, noi usciamo dalla maggioranza». Ma a Palazzo Chigi non sembrano crederci: «E dove vanno?».