Sfiducia reciproca

Speriamo di sbagliarci, ma il pervicace antiamericanismo della coalizione governativa e le continue punture di spillo agli Stati Uniti da parte della nostra magistratura rischiano di avere una ripercussione esiziale per la sicurezza dell'Italia: l'allentamento dei rapporti tra i servizi segreti dei due Paesi, che hanno un ruolo fondamentale nella prevenzione del terrorismo islamista. Questo probabile allentamento, logica conseguenza della inaffidabilità del governo Prodi agli occhi di Washington, coincide purtroppo con un momento di rinnovato allarme-attentati in tutta l'Europa mediterranea. È di ieri la notizia che Osama Bin Laden avrebbe ordinato al Gruppo Salafita algerino, diventato ufficialmente il braccio di Al Qaida nel Maghreb, di colpire la Francia in occasione delle prossime elezioni presidenziali, e che, per rendere la loro azione più incisiva, l'offensiva potrebbe essere accompagnata da un attacco kamikaze in un altro Paese del Sud Europa. Secondo fonti spagnole, i terroristi avrebbero tenuto il loro vertice organizzativo in una città dell'Italia settentrionale, dove, ovviamente, hanno stabilito una base.
Di fronte a questa minaccia, i Paesi occidentali dovrebbero accentuare la loro collaborazione, superando anche le residue reciproche diffidenze. Invece, che cosa fa l'Italia del centrosinistra? In nome della «discontinuità» rispetto alla politica estera del governo Berlusconi promessa all'ala massimalista della coalizione, non perde occasione per mettere in rilievo le sue differenze con l'amministrazione Bush e per prendere iniziative fatte apposta per irritare gli alleati d'oltre Atlantico.
Alcune sono del governo, come i continui distinguo di Prodi sulla politica mediorientale, la condanna della incursione aerea americana contro esponenti di Al Qaida in Somalia, la stizzita replica di D'Alema alla lettera dei sei ambasciatori alleati che ci esortavano a restare in Afghanistan. Altre, in un certo senso ancora più gratuite, sono della magistratura, ma perfettamente in sintonia con la linea di Palazzo Chigi e della Farnesina: il processo agli agenti della Cia per il «rapimento» di Abu Omar a Milano, e - recentissimamente - la richiesta di estradizione per il mitragliere Lozano, che ha sparato la raffica fatale per Nicolò Calipari all'aeroporto di Bagdad, con una motivazione a dir poco provocatoria: omicidio volontario di matrice politica, come a dire che il militare americano ha non solo sparato per uccidere, ma voleva anche colpire lo Stato italiano. La replica del Pentagono - «Non ci sarà nessuna estradizione» - è stata secca quanto immediata, ma la nostra giustizia non intende fermarsi e il processo a un Lozano contumace si tradurrà fatalmente, ai fini mediatici, in un processo all'esercito americano.
Dal momento che i rapporti tra i servizi sono basati soprattutto sulla fiducia, una ricaduta negativa sulla cooperazione Italia-Usa sarà inevitabile. A peggiorare le cose, c'è anche la sostituzione del generale Pollari, che aveva un ottimo rapporto con gli americani, con il generale Cucchi che, al pari del suo protettore Romano Prodi, non può essere certo considerato, anche per alcuni trascorsi, un grande amico degli Stati Uniti. Il governo pensa forse di compensare il venir meno del rapporto speciale che Silvio Berlusconi era riuscito a instaurare con Washington con una deriva paraneutralista e una politica filoaraba, che inducano i terroristi a risparmiare l'Italia, un po' come ai tempi di Andreotti e del colonnello Giovannone. Purtroppo, si tratta di una illusione. Al Qaida e le sue varie diramazioni colpiscono i Paesi più vulnerabili, e quelli dove un attacco può avere - dal loro punto di vista - il maggiore impatto. Non c'è dubbio che sotto questo punto di vista l'Italia (e il Vaticano) siano un bersaglio tra i più appetibili, indipendentemente dalla politica estera del governo di turno. Sarebbe davvero auspicabile che, prima di fare altre mosse che riscuotono gli applausi dei vari Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio, tutti ci pensino due volte: infatti, come durante la guerra fredda dipendevamo dall'ombrello nucleare americano, adesso dipendiamo - almeno in parte - da quello della Cia e delle altre agenzie statunitensi per la sicurezza.