Sfiducia al Senato: cade il governo Prodi al Quirinale per le dimissioni

Il premier va fino in fondo a Palazzo Madama: &quot;Non è testardaggine, è coerenza politica&quot;. L'Udeur conferma il suo no, così come Dini. <a href="/a.pic1?ID=236399" target="_blank"><strong>Cusumano</strong></a> si sfila: baruffa con il suo capogruppo Barbato (<a href="/media.pic1?ID=340"><strong><font color="#ff6600">guarda le immagini</font></strong></a>). I no sono 161, i sì 156. Il premier è già al Colle per rimettere il mandato nelle mani di Napolitano

Roma - E' voluto andare fino in fondo. Scuotere il Senato. Il premier Romano Prodi dopo un pomeriggio caldissimo viene battuto a Palazzo Madama: 161 i no, 156 i sì alla questione di fiducia. Decisivi i voti contrari di Mastella, Barbato Dini e Fischella. Così come le assenze di Bordon e Andreotti, insieme a quelle annunciate di Pallaro e Pininfarina. Scalera (dei Liberaldemocratici) si è astenuto, e al Senato l'astensione conta come un voto contrario. Gli altri cinque senatori a vita hanno votato a favore di Prodi.

Da Napolitano Prodi, come da prassi costituzionale, è già al Quirinale da Napolitano per rassegnare le sue dimissioni e rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato. Dopo il Quirinale il presidente del consiglio non andrà personalmente a comunicare le proprie dimissioni ai presidenti di Camera e Senato a Montecitorio e a palazzo Madama. Da quanto si apprende, la comunicazione avverrà per telefono. Di questa modalità esistono precedenti. Ora la palla passa nelle mani di Napolitano che avvierà le consultazioni.

Lo scontro finale Romano Prodi, incassata la fiducia della Camera ieri come previsto, ha vissuto una giornata cruciale per sé e il suo esecutivo. Prima il premier ha visto a Palazzo Chigi il numero uno dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa. Alle 10,40, il presidente del consiglio è salito nuovamente al Quirinale, accompagnato dal sottosegretario alla presidenza Enrico Letta, per valutare la situazione politica con il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Il colloquio è durato 45 minuti e il Professore l'ha definito: "Sereno e costruttivo, gli ho confermato che sarò a Palazzo Madama".

Prodi al Senato Il premier torna a parlare di giustizia. Esprime ancora solidarietà a Mastella: "Davanti a lui, perché verso la sua persona ci sono state strumentalizzazioni e opportunismi". Poi ribadisce che nella Costituzione "non sono previste crisi extraparlamentari. Sono qui al Senato per rispettare e applicare la Costituzione con lo spirito dei Costituenti. La Carta non prevede infatti la prassi delle crisi extraparlamentari, mozioni di sfiducia individuali a un ministro". Quindi Prodi avverte chi gli voterà contro e pretende un voto mortivato ed esplicito: "Il dibattito dev'essere costruttivo. Se volete far cadere il governo dovete indicare quale altro programma e quale altro premier volete: voglio un voto esplicito e motivato a ciascuno di voi". Il presidente del consiglio si rivela ancora una volta attentissimo alla forma: "Sono qui per assumermi la responsabilità, il Paese ha bisogno di essere governato con continuità, non è possibile lasciare un vuoto esecutivo". Infine chiede la fiducia ai senatori "per un nuovo slancio riformatore. Vi chiedo la fiducia assicurandovi che sono ben consapevole che il governo stesso dovrà rafforzare le sue capacità decisionali, snellire le sue procedure,migliorare la sua resa, forse ridefinire le sue strutture e la sua composizione". Nella replica ai primi interventi Prodi spiega: "Essere qui oggi non è testardaggine, ma coerenza: non si fugge davanti al popolo. Le crisi si affrontano a viso aperto e non nei corridoi". Quindi un'accusa all'opposizione: "Solo la vostra legge elettorale ci ha impedito una maggioranza più ampia al Senato".

I voti decisivi "Ho appena sentito il segretario politico Clemente Mastella che mi ha informato che sta per venire a Roma per essere presente al dibattito in Senato sulla fiducia al governo Prodi, confermando il voto contrario, suo e dell’Udeur" annuncia il vicesegretario Udeur Antonio Satta. Ma il segretario ha avuto un leggero malore ed è accompagnato dal medico: "Niente di grave, solo una piccola defaillance causata dalla stanchezza. E’ più battagliero che mai", spiega Annio Magliatico, medico e segretario provinciale dell’Udeur che l'ha visitato poco prima che partisse. Mentre Nuccio Cusumano è in bilico: "Sto riflettendo, non ho ancora deciso nè in un senso nè nell’altro", ma secondo alcuni boatos potrebbe votare la fiducia al governo Prodi: "Sto scrivendo il mio intervento. Dentro la mia coscienza sto valutando il da farsi in piena coerenza". Invece Domenico Fisichella (ex An, ex Margherita, ora gruppo misto) cambia idea: "Presenterò la lettera di dimissioni e non parteciperò al voto per una questione di stile: a 70 anni uno ci tiene alla sua dignità". Mentre conferma il suo no il "dissidente" Franco Turigliatto: "Perché è importante dare la testimonianza che la crisi si apre anche a sinistra, e non solo a destra, per le vicende del partito-famiglia di Mastella". Nessuna notizia del senador argentino Luigi Pallaro che, ieri sera, non aveva ancora preso l'aereo a Buenos Aires. E oggi arriva la conferma: "Non parteciperò al voto, sono e resto indipendente". Voteranno contro il governo i Liberaldemocratici Lamberto Dini e Giuseppe Scalera, al contrario di Natale D'Amico, che ha annunciato il suo sì.

Dichiarazioni di voto Il dissidente Rossi, uscito dalla maggioranza insieme a Turigliatto, vota a favore. Non così Turigliatto che si dichiara contrario. Fisichella non scioglie la riserva: "Se gli altri senatori dimissionari non parteciperanno alla votazione lo farò anch'io, altrimenti voterò". Ma non chiarisce come, avvertendo: "Sono un conservatore e per me la durata dei governi è una cosa importante, da non sottovalutare. Sono stato eletto in un partito che non c’è più e non per mia scelta. Ho un debito di lealtà con Francesco Rutelli, che mi ha voluto e fatto eleggere". Manzione e Bordon voteranno a favore. Scalera, che parla anche per Dini, annuncia: "Voteremo contro, non vogliamo prolungare l'agonia di un governo che non ha la maggioranza al Senato". Poi alcune notizie di stampa, però, annunciano l'astensione di Scalera. Mastella cita Pablo Neruda ("Ode alla vita, Lentamente si muore") poi attacca "una maggioranza che non c'è più. La crisi è politica, un partito della sua maggioranza non c'è più: abbiamo contribuito a farla vincere alla Camera e al Senato. Il mio e quello del mio partito è un no, con dispiacere, anche se non rinnego l'amicizia e il rapporto con lei, signor presidente".

Baruffa Udeur Nuccio Cusumano, dopo ore di riflessione, si dissocia dai suoi. Parla 10 minuti, il suo è un intervento accorato. Si stacca dalla decisione dell'Udeur (Mastella e Barbato) e sceglie di appoggiare il governo: "Non scelgo percorsi comodi, scelgo il campo più difficile della coerenza, della serietà e per il bene del Paese. Io scelgo in solitudione senza prigionie politiche, scelgo per la fiducia a Prodi". E' il culmine del suo intervento. Dai banchi vicini il suo (ex capogruppo) Tommaso Barbato "tenta di aggredirlo, gli sputa" conferma Sergio De Gregorio. Poi lo insulta: "Traditore, venduto, pagliaccio" e facendo con le mani il segno delle corna e della pistola. Cusumano rimane immobile al suo posto e poco dopo scoppia a piangere. Poi viene colto da malore e portato via in barella. E la seduta viene sospesa dal presidente Franco Marini. Dopo dieci minuti, la seduta è ripresa. "Il senatore Nuccio Cusumano si deve dimettere" lo chiede il capogruppo dell’Udeur alla Camera, Mauro Fabris. "Cusumano è in Senato perché Mastella due anni fa ha optato per la Calabria, deve rassegnare le dimissioni perché non può rappresentare se stesso". Fabris difende poi l’altro collega di partito, Barbato. In serata il partito espelle Cusumano per "indegnità".