Sfila l'antiprodismo militante

Luca Telese
nostro inviato a Vicenza
Tu vo' fa' l'ammericano, 'mericano, 'mericano... Ma sì nato in Italì!, gridano quelli del Pdci fra applausi e risate. E scopri che lui, «l'ammerikano» da burla lungamente e ritmicamente sfottuto, è il presidente del Consiglio espresso dagli stessi elettori che oggi si prendono gioco di lui.
Attraversa il corteo dalla testa alla coda, percorrilo da uno striscione all'altro, leggi tutte le sue parole d'ordine, ascolta i suoi slogan, alla fine scopri che ci sono una grande notizia e un grande assente, riassumibili nello stesso nome: Silvio Berlusconi. E se Vicenza invece fosse un processo politico, la sentenza sarebbe drastica, e la sintesi ancora più semplice: l'antiberlusconismo (per ora?) è morto. Di più. Ieri è nato ufficialmente un nemico «interno» e molto insidioso, per il premier: l'antiprodismo militante di sinistra. «Prodi deve ascoltare questo movimento», proclama il segretario di Rifondazione Franco Giordano.
A volte è un sentimento rabbioso, a volte dolente, trasversale sempre, ma comunque sorprendentemente diffuso. Già. Perché la notizia è che per la prima volta in un corteo di sinistra non si parla del Cavaliere. Non una parola sulle sue televisioni o dei suoi tacchi, sulle sue ville, sulle sue proprietà, nulla, nemmeno un volantino, tanto per tenersi in esercizio. Mentre invece, da un capo all'altro dell'Italia esplode la creatività antigovernativa, sul premier e i suoi ministri. E questi contestatori, stavolta (per dirla con una sintesi oxfordiana del carismatico capo Cobas, Piero Bernocchi) «sono gente dell'Unione, incazzata con l'Unione. Ma incazzati neri! Quando mai Pisanu ha fatto qualcosa di simile ad Amato?».
Il primato dell'impopolarità, in effetti, tra le file del variopinto popolo dei No-Nato è condiviso dal Professore di Bologna, quasi a pari merito. Con lui in pole position ci sono Rutelli e Amato, irrisi da tutti per le loro dichiarazioni sul rischio-scontri. Non si va per il sottile, e per farsi un'idea basta vedere sfilare la candida ragazza del circolo «Areazione» di Piacenza che si trascina un enorme sandwich con sopra una rima baciata che è tutto un programma: «Amato terrorista NATO». Alè.
A riprova che non si tratta di un episodio, a pochi metri garrisce un grande striscione che è incastonato addirittura fra le bandiere dell'Arci toscana (!): «Taci! Il governo ("amico") ti ascolta!». Caspita. E poi giù, a raffica: «Governo di destra/ governo di sinistra/ chi bombarda è il vero terrorista» (molto gettonato, quasi ovunque, con piccole variazioni), e altre sintesi ancora più icastiche come «Governo leccaculo!» (studenti medi Bologna), «Prodi infilati il missile dove sai tu» (Centri sociali Milano), e persino un pupazzone allegorico in gommapiuma del premier «Mortadella», con un cartello al collo: «In bomb we trust».
Ma la sorpresa, e la novità, è che questi moti di insofferenza, se non di rabbia, non sono più confinati alle frange più radicali. Prendete Giuliano Giuliani, padre di Carlo, da sempre diviso dalla moglie per scelte politiche più moderate (è stato candidato dei Ds). Anche lui, ieri, era furibondo con il ministro dell'Interno: «Roba da pazzi! In questi giorni mi è tornato in mente il F.o.d.r.i.a.». Il che? «Non lo conosce? Andava di moda negli anni Settanta, e sta per: Forze della reazione in agguato!».
A pochi passi da lui il deputato di Rifondazione Claudio Grassi sbotta: «La cosa scandalosa è che questo allarmismo contro il corteo è stato costruito da quelli a cui nei Ds e nella Margherita il no alla base non andava bene, per delegittimare il corteo!». E l'ex magistrato Felice Casson, oggi senatore: «Era un allarme ingiustificato!». E Marco Rizzo, eurodeputato Pdci: «Hanno lavorato una settimana per spaventare la gente. Hanno ottenuto il solo risultato di portare il doppio delle persone con la loro campagna di aggressione. Amen».
Loro. Ovvero, e di nuovo: Prodi, Rutelli, Amato. Ma anche i Ds di Fassino. E infatti è assurta al rango di eroina popolare la deputata Lalla Trupia, dissidente della Quercia veneta. E che dire del boato che accoglie in piazza le parole di Franca Rame, senatrice dell'Italia dei Valori, quando grida dal palco: «Devi dirlo, Romano. Dillo: ho sbagliato, ho sbagliato, ho sbagliato!».
Tra la folla si staglia un sorrisone smagliante, quello di Pancho Pardi: «I seminatori di zizzania del governo sono rimasti scorna-ti!». E chissà quanti dubbi ha aperto Luca Casarini ripetendo ovunque la notizia, assai poco gradita a sinistra, che «le cooperative emiliane hanno già avuto gli appalti per la nuova base».
Il 50% dei manifestanti, stimano quelli della Cgil, esperti di corpi e di numeri, ha deciso all'ultimo momento, e sono venuti tutti dal Nord Est. In macchina, in bicicletta, qualcuno persino a piedi, dall'hinterland. Molti con i bambini, malgrado l'allarme black bloc. Tutti elettori dell'Unione che si sono sentiti traditi. E così sul palco c'è un cartellone immenso: «Governo Prodi, vergogna!». Ma a stenderlo non sono stati quelli dei centri sociali, gli arrabbiati. L'eroina della protesta, la coordinatrice del No-Dal Morin, non ha l'aspetto di una antagonista, ma quello di una signora della buona borghesia vicentina. Ancora furente contro Amato: «Un ministro dell'Interno dovrebbe agire in silenzio e agire di conseguenza. O altrimenti tacere. Lui non è stato in grado di fare né una cosa, né l'altra».
Luca Telese