Lo sfogo di Annamaria: "Sono disperata. Profonda ingiustizia"

Torino - La sua voce è arrivata in tarda serata, due ore dalla sentenza: «Sono disperata». Dopo la condannaa, Annamaria Franzoni continua a gridare la sua verità: «Sono innocente - ha confidato a parenti e amici - e quindi anche solo un anno di carcere sarebbe stata una profonda ingiustizia». La sua disperazione si leggeva già, qualche ora prima, nella delusione sul volto di Paola Savio e nello sguardo del suo collega di studio Paolo Chicco. I due avvocati non si aspettavano una condanna, l’avevano detto e l’hanno ripetuto anche ieri sera. Avevano entrambi intuito che nelle ultime settimane il vento era cambiato, ma forse possedevano anche la piena consapevolezza che erano arrivati a sedere troppo tardi sul banco della difesa. E così è stato.
«Siamo delusi, niente da dire». Il primo a parlare è Chicco, la collega Savio è corsa via dall’aula mentre parlava al telefono con Annamaria Franzoni. «È stata una soluzione salomonica - spiega Chicco -: lo abbiamo capito dalla durata della Camera di consiglio. Troppo lunga, soprattutto dopo le numerose pre-Camere degli ultimi giorni. Ma questo vuol dire che siamo riusciti a instillare il dubbio nei giudici, la decisione presa oggi è stata certamente sofferta. Siamo arrivati tardi, purtroppo. Siamo dispiaciuti per questo». C’è ressa nell’aula stampa adibita accanto alla maxi aula 6, fotografi e cameramen litigano per accaparrarsi il posto migliore. Soprattutto quando arriva Paola Savio, che promette battaglia: «La Corte ha deciso di confermare la sentenza di condanna riducendo la pena. Aspetteremo il deposito delle motivazioni per capire quali sono i punti che hanno portato a questa decisione. Poi si andrà avanti. Sono convinta dell’innocenza della mia assistita. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare. Se ci saranno altre cose - aggiunge -, si valuteranno. Ci sono tre gradi di giudizio. E quindi il processo non finisce qua».
Eppure ci aveva provato, in mattinata, a lanciare un ultimo disperato appello. Durante la replica alla requisitoria del procuratore generale Vittorio Corsi, Paola Savio aveva chiesto ai giudici di mettersi una mano sulla coscienza e di trovare il coraggio di prendere la decisione giusta. «Io ho avuto coraggio a portare avanti la difesa - aveva detto -, voi dovete averne ancora di più per uscire dalla Camera di consiglio con una sentenza che possa dire a Samuele che non è stata la sua mamma a ucciderlo. Dovete avere il coraggio del dubbio». Non è stata ascoltata, così come non è stato accolto l’invito a non condannare se non vi fosse stata la piena certezza oltre ogni ragionevole dubbio. «La condanna deve andare oltre ogni ragionevole dubbio. Questa regola è stata introdotta perché nella nostra prassi giudiziaria veniva lasciato troppo spazio al “libero convincimento” del giudice e, quindi, troppo spesso entravano in gioco non certezze, ma probabilità». Poi si era rivolta ai giudici e aveva sottolineato che «il dubbio deve prevalere sul conformismo. Dovete decidere con il coraggio del dubbio». Non è stato così. Neppure il riferimento al caso giudiziario di O.J. Simpson è servito a cambiare le carte in tavola.
Dopo la lettura della sentenza da parte del presidente Romano Pettenati, non si sono fatte attendere le reazioni. Puntuale il commento dell’ex legale di Annamaria, Carlo Taormina: «La sentenza suona come una campana a morte per la giustizia. Per chi è garantista come me, non c’è ombra di dubbio su quel che andava fatto: Annamaria Franzoni andava assolta». È deluso anche un altro ex legale della Franzoni, quel Carlo Federico Grosso che per primo decise di difenderla: «È una sentenza doppiamente inaccettabile, assai lontana da una giustizia ispirata ai principi di uno Stato di diritto. Non mi convince una sentenza di condanna in un contesto dove mancava la prova certa di responsabilità penale. D’altro canto, se davvero si riteneva Annamaria Franzoni responsabile non capisco perché applicare le attenuanti generiche». Punta sull’ambiguità del caso il criminologo Carmelo Lavorino: «Ogni elemento dell’enigma Cogne è ambivalente: può essere letto in chiave di colpevolezza o d’innocenza. Comunque, l’accusa non ha dimostrato la colpevolezza della Franzoni, la difesa non ha saputo spiegare perché la Franzoni è innocente».