Lo sfogo di Annamaria: "Sono stata triturata"

La Franzoni accusa: "Volevano farmi uscire pazza, così se ne lavano le mani". "Dov’è il bastardo
che ha ucciso
Samuele? La sta
facendo franca?"

nostro inviato a Monteacuto Vallese (Bologna)

«Che cosa mi è stato concesso? Niente, né che potessi piangere, né che potessi sorridere. Mi avete triturato». Annamaria Franzoni è un’ombra in jeans e maglia scura dietro a una porta socchiusa. Col gesto di una mano, risoluta ma cortese, implora gli intrusi di lasciarla in pace, mentre con l’altra protegge dall’attenzione dei curiosi il piccolo Gioele in pigiamino azzurro che saltella sul divano, sotto le mensole piene di coppe vinte dal fratello Davide nelle gare di modellismo. «Gare importanti, nazionali e internazionali», precisa la mamma, orgogliosa e con l’accenno di un sorriso.

Lo sfogo consegnato a poche parole, per dire che «lotterò fino alla fine, finché ho fiato, per dare giustizia a mio figlio, perché lui è più importante di tutto il resto. Anche di me stessa». Poche parole di rabbia verso quel giudice «che ha visto ciò che ha visto e non ciò che è successo. Volevano farmi impazzire, così se ne lavano le mani», mentre «quel bastardo che ha ucciso Samuele dov’è? La sta facendo franca».
Ma Annamaria ha finito anche la rabbia, richiude la porta di casa col sorriso sulle labbra. Del resto è stato proprio suo, l’unico sorriso rimasto ieri nel bloc notes degli appunti raccolti tra Monteacuto Vallese e Ripoli Santa Cristina, i due infinitesimali puntini sulla carta stradale che delimitano il piccolo mondo della mamma più scrutata d’Italia. Il primo puntino dove vive papà Giorgio; il secondo dove abita lei. In mezzo, meno di tre chilometri di boschi incantevoli che in questi giorni si stanno facendo la tinta bionda dell’autunno. Ma anche un muro di roccioso silenzio, per non chiamarlo omertà.

Non parla nemmeno il giovane parroco don Marco Baroncini, curatore delle poche anime di questo borgo infinitesimale, che in passato aveva invece sfoderato una loquacità e una rilevante predisposizone mediatica. «L’indicazione dei legali è di non rilasciare alcuna dichiarazione», mette subito le mani avanti. «Ma non è in merito alle motivazioni della sentenza - obiettiamo - è solo per capire come sta vivendo il paese l’ennesima pagina di questa triste storia». Precisazione inutile: la consegna del silenzio è evidentemente di quelle che non ammettono deroghe per il parroco del paese.
Già, il paese. Sembra essersi trasformato anche quello, come per un’improvvisa mutazione genetica. Ricordiamo tutti l’antica disponibilità di don Marco, o quella delle mamme del comitato pro-Annamaria, sempre pronte a parlare e che per dimostrare la loro fiducia nella donna le affidavano in custodia anche i loro bambini. Qui, in questo borgo che sembra aver fatto propri i silenzi di un’insolita Corleone finita chissà come in mezzo agli Appennini, sembra già difficile incontrare un’anima viva.

Quando arrivo, questo è vero, almeno un cane c’è, beatamente addormentato in mezzo a un incrocio senza traffico. Silenzioso anche l’incrocio. E se, come già detto, suonano a vuoto i telefoni dei protagonisti, trillano inutilmente anche i campanelli delle porte del paese, compreso quello della casa di Giorgio, il papà di Annamaria, patriarca di questa grande dinastia, imprenditore che da queste parti tutto controlla, signore e domino che qui rispettano e temono.
«Inutile che cerchi le mamme del comitato pro Annamaria, nemmeno loro parleranno», aveva anticipato don Marco. Peggio, sembrano proprio scomparse. Più che peggio, dalle scarne risposte dei rari passanti e dei pochi che schiudono l’uscio, sembra non siano nemmeno mai esistite. Così il cronista continua ad appuntarsi silenzi. «Non voglio parlare - dice una vicina di Annamaria, seduta sulla porta di casa, scuotendo idealmente via con la mano gli intrusi insieme alla cenere della sigaretta -. Non voglio dire cose che possano risultare sbagliate». Frasi che sanno di paura. Che in certi sguardi, in giro per il paese, diventa ostilità.