Lo sfogo del figlio Matteo: «È lei la colpevole? Ce l’aveva scritto in faccia»

Il giornalista 34enne: «Finalmente la verità, ma ho sempre avuto la certezza di un suo coinvolgimento»

«Sapevamo che la stretta era imminente, che stavano per incastrarli. I carabinieri ci hanno sempre rassicurato sullo stato delle indagini e anche se non ci hanno rivelato i particolari io e mio fratello Luca non abbiamo mai avuto dubbi sul fatto che quella che stavano seguendo era la pista giusta, che quella ragazza aveva un ruolo decisivo in tutta questa brutta storia: era solo una questione di tempo...».
Marzio Maria Colturani non c’è più, niente e nessuno potranno riportarlo ai suoi affetti, alla sua casa, alla sua esistenza anonima e tranquilla. E il figlio maggiore, il 34enne Matteo, giornalista di Telelombardia, lo sa bene: il padre, noto ginecologo di 64 anni, è morto quella notte tra il 12 e il 13 novembre mentre, legato e imbavagliato, veniva rapinato da una banda di balordi stranieri nella sua abitazione in via Comerio, in zona Sempione. Ieri, però, sono finiti per sempre anche l’incubo dei sospetti insensati, delle illazioni velenose e soprattutto non c’è più alcuna possibilità che dei malviventi colpevoli di un assassinio, reso ancora più efferato dalla loro avidità, potessero restare in libertà. Punto e a capo. Ora che i colpevoli sono stati assicurati alla giustizia anche la voce di Matteo è più distesa. Quando lo sentiamo i carabinieri del reparto operativo hanno da poco diffuso la notizia dell’arresto della colf moldava, di sua madre, una donna di 42 anni e di un ucraino 28enne. E lui sta preparando il pranzo per suo fratello Luca che lo ha appena raggiunto.
«Nelle ore successive la morte di mio padre, intrappolato tra la violenza di una tragedia inaspettata e la difficoltà ad accettarla, ho sentito, come un mesto sottofondo di commenti, illazioni. Davvero tante, troppe stupidaggini... Adesso, anche se so che comunque non lo rivedrò più, l’arresto dei responsabili della sua morte è comunque meglio di niente» sospira Matteo seccato al solo ricordo di alcuni sospetti che, dopo l’assassinio del padre, avevano sfiorato il fratello 30enne Luca.
«Erano in molti ad aver espresso insinuazioni esplicite su una possibile relazione sentimentale di Luca con la colf. Un rapporto che, per molti, avrebbe condotto a un piano diabolico, ma assolutamente inattuabile per chi conosce mio fratello così bene come lo conosco io - ricorda il figlio maggiore del medico ucciso -. Luca e mio padre erano legatissimi: dopo la morte di mia madre erano tutto l’uno per l’altro. Naturalmente comprendo questi meccanismi: l’ipotesi di un rapporto sentimentale sfociato poi in una rapina e in un omicidio era allettante dal punto di vista mediatico. E poi, parliamoci chiaro: tutti pensavano che se non era stata lei a permettere a quei rapinatori di entrare in casa, poteva essere stato solo mio fratello. Ma questo, lo ripeto, almeno per me, non era nemmeno lontanamente pensabile!».
«Dopo la morte di papà quella ragazza io e Luca non l’abbiamo più voluta rivedere - conclude Matteo Colturani -. E non solo perché l’appartamento è rimasto sotto sequestro giudiziario fino alla fine di gennaio e quindi non avevamo bisogno della colf, ma anche perché l’abbiamo incrociata in caserma un paio di volte e sul suo coinvolgimento nella morte di nostro padre non avevamo dubbi: ce l’aveva scritto in faccia che era colpevole! Senza contare poi quei numeri di telefono apparsi agli investigatori sul tabulato del suo telefonino e dei quali lei non ha saputo rendere conto... Come se non sapesse chi le telefonava!».