Lo sfogo di Strada si abbatte sul governo

Lettera aperta a Prodi: «Gravissimo che l’esecutivo non abbia smentito le infamanti accuse su di noi. Lesa la nostra dignità»

Roma - Si sono ritirati dall'Afghanistan non «per ricatto», ma per una serie di «aggressioni» verbali arrivate dalle istituzioni afghane, e per «l’inquietante reticenza di quelle italiane». Dopo l’annuncio dell’abbandono dell’Afghanistan, Gino Strada e i suoi collaboratori di Emergency sferrano un nuovo attacco dal quartier generale di Dubai a governo e opposizione, non escluso il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, colpevole di non aver «confutato le infamanti illazioni che descrivono Emergency come fiancheggiatrice di terroristi e di Al Qaida». Le recriminazioni sono contenute in una lettera aperta dell’associazione di Strada al governo italiano, spedita il giorno dopo il ritiro di tutti gli operatori della ong dagli ospedali di Kabul, Lashkar-gha e Panjshir per il deterioramento dei rapporti con il governo afghano.
È ancora in arresto il collaboratore di Emergency e mediatore nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, Rahmatullah Hanefi, sospettato dai servizi di Kabul di essere un fiancheggiatore dei talebani. Emergency considera «gravissimo» che «il governo» italiano non abbia immediatamente smentito queste accuse», e che D’Alema non l’abbia fatto in prima persona nel suo intervento alla Camera di ieri. Nessuna smentita è infatti arrivata da Roma alle dichiarazioni del direttore dei servizi segreti afghani, Amirullah Saleh, che ha accusato Emergency di «fiancheggiare i terroristi». Le accuse del governo afghano e l’omertà di quello italiano fanno sentire i collaboratori italiani di Emergency «direttamente lesi, nella nostra dignità umana e professionale». I volontari dell’associazione chiedono al governo «da cittadini italiani» se «in quanto collaboratori di Emergency, ci ritenga fiancheggiatori dei terroristi».
Lo staff di Strada precisa nella lettera aperta che lo sdegno «è rivolto anche agli esponenti della maggioranza e dell’opposizione (nostri rappresentanti) nonché a quei mezzi di informazione che in questi giorni vergognosamente hanno indirizzato specifiche ed infondate accuse contro di noi e il nostro lavoro». Un lavoro «finalizzato, insieme a quello di medici e infermieri, alla cura quotidiana di tutte le vittime delle guerre e delle violenze terroristiche». I collaboratori di Emergency esprimono quindi «solidarietà», oltre che al collega Rahmatullah, «a tutti i nostri colleghi in Afghanistan e a tutti gli afghani che in questi anni abbiamo conosciuto». «Nessuna distanza», si precisa, potrà «alterare questo legame affettivo e professionale». Ieri a Dubai Gino Strada ha riunito quaranta collaboratori, di cui 30 italiani, tra chirurghi, ortopedici, anestesisti e tecnici rientrati dall’Afghanistan, ma ha imposto a tutti il silenzio stampa. È trapelato comunque che prima della partenza dello staff dall’Afghanistan, l’ambasciata italiana a Kabul aveva emanato un avviso per i connazionali perché non sostassero a lungo davanti ai mezzi della ong nel timore di eventuali attacchi.
Ma l’assenza di Emergency dall’Afghanistan sarà quasi certamente temporanea. Si augurano così dalla sede di Milano, dove il vicepresidente dell’organizzazione, Carlo Garbagnati, spiegava ieri che «non desideriamo altro che tornare». Le condizioni che potrebbero consentire un eventuale rientro sono la liberazione di Hanefi e il rinnovo del protocollo d’intesa tra il governo Karzai ed Emergency. Una «sacrosanta cautela» per il capogruppo di Rifondazione al Senato, Giovanni Russo Spena, dal momento che le accuse dei servizi afghani e la «tacita» conferma di Karzai rendono la presenza della ong «un grosso rischio». Per ora non c’è una risposta ufficiale del governo alla lettera di Emergency. Nel briefing settimanale con i giornalisti, il portavoce della Farnesina, Pasquale Ferrara, ha smentito l’esistenza di un dossier riservato sui rapporti tra Emergency e governo afghano dell’ambasciatore italiano a Kabul Ettore Sequi.