La (s)fortuna del pensiero conservatore

Gianfranco Fini prospetta una nuova meta al suo partito, l’ingresso nel Partito popolare europeo. È probabile che la via per arrivarci sarà tutta a zig-zag. E non solo per ragioni di politica politicante, ma anche perché dovrà essere superata la prova di non smarrire la propria identità. Ammesso e non concesso che la Destra ne abbia una dai contorni ben netti. Chi conosce questo mondo sa perfettamente che esistono tante Destre quanti sono gli uomini di destra.
Capita a fagiolo la raccolta di una cinquantina di saggi sui più autorevoli esponenti del conservatorismo curata da Gennaro Malgieri (Conservatori. Da Edmund Burke a Russel Kirk, Il Minotauro, pagg. 390, euro 23). Deputato di An per più legislature, direttore del Secolo d’Italia e poi dell’Indipendente, nonché della rivista Percorsi, autore di raffinati saggi sulla Destra e dintorni, Malgieri è attualmente consigliere di amministrazione della Rai. Pur assorbito dai suoi nuovi impegni, si conferma uomo di cultura e organizzatore di cultura. Nella bella introduzione Malgieri avverte che, prima che una dottrina politica, il conservatorismo è un sentimento spirituale e una vocazione culturale. Ma, come la Destra, anche il conservatorismo ha diverse anime. Malgieri riconosce che «in Italia il conservatorismo non ha avuto fortuna poiché è mancata un’adeguata riflessione su questa “formula” considerata esclusivamente politica e priva delle implicazioni pre-politiche qui sommariamente richiamate. Eppure ha avuto innumerevoli padri nobili un po’ dappertutto: in Francia, in Germania, in Inghilterra, negli Stati Uniti. Per non parlare dell’Italia, si capisce. E tante le scuole di pensiero fiorite anche in America a partire dalla fine della seconda guerra mondiale».
Merita poi una particolare menzione la rivoluzione conservatrice. Concepita come terza via tra il capitalismo e il marxismo, osserva Malgieri, «non si appaga del crollo di tutti i valori, ma cerca faticosamente di inventarne di nuovi». Malgieri colpisce poi il bersaglio grosso nelle considerazioni finali: «non si può fare a meno di ricordare come anche in Italia si sia sviluppato - nell’indifferenza dei più e malauguratamente senza quelle ricadute politiche che, qualora si fossero manifestate, avrebbero certamente modificato il panorama politico stesso nazionale - un pensiero conservatore...». Bastano i nomi di Rensi, Prezzolini, Maranini, Gentile, Perticone. Sosteneva Prezzolini che «il vero conservatore si guarderà bene dal confondersi con i reazionari, i retrogradi, perché intende “continuare mantenendo” e non tornare indietro e rifare esperienze fallite». E allora, per tornare all’inizio del discorso, ben vengano le mete luminose. Ma nella consapevolezza che la storia e perfino la cronaca camminano sulle gambe degli uomini. E se le gambe non sono all’altezza...
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