Gli sfortunati scrivani di Montaigne

Forse - o magari proprio - perché in vita era spesso considerato un uomo fuori dal suo tempo, Michel de Montaigne, vissuto quattro secoli fa, parla alle nostre coscienze come e più di tanti contemporanei. Cultore dell’amicizia e della tolleranza nel secolo delle guerre di religione, ironico e sorprendentemente moderno, l’autore di Saggi e Viaggio in Italia era capace di appassionarsi alla vita dei singoli quanto a quella degli Stati. E non per nulla Ariberto Spinelli, psicoterapeuta e scrittore, l’ha scelto come nume tutelare per il suo «giallo letterario», All’ombra di Montaigne, appunto (Battei).
Due gli enigmi che si intrecciano in questo libro, ed entrambi rigorosamente storici. Il primo, in realtà, è un mistero solo a metà; è ormai accertato, infatti, che la prima parte del Viaggio in Italia non è stata scritta da Montaigne, ma da un anonimo dalla plume facile, probabilmente un segretario, il cui stile è sorprendentemente simile a quello dello scrittore francese. Quel che nessuno è ancora riuscito a scoprire, però, è l’identità dello sconosciuto e il motivo della sua misteriosa quanto improvvisa scomparsa.
Del resto, anche i suoi scritti sono tornati alla luce soltanto due secoli dopo, nel 1770: quando sono state ritrovate anche le memorie di un sacerdote di Berceto, don Giorgio Franchi, sulla «famosa guerra di Parma», la scintilla da cui a metà del Cinquecento è partito l’incendio che ha divorato di lì a poco l’intera Europa. Fogli dimenticati e scoperti proprio nella dimora del conte Troilo Rossi che ospitò Montaigne durante il suo viaggio, il 23 ottobre del 1581. Coincidenza o preciso disegno? La risposta la lasciamo all’autore, e al suo protagonista Jacopo.
Un uomo che sa bene, per averlo vissuto, che la storia non è sempre giusta. E vittime dell’ingiustizia sono, oltre a lui, i suoi amici scrittori, misconosciuti e dimenticati: e le donne che ha amato e perduto, Maddalena e la Todeschina, costrette a una vita opposta ai loro desideri. Unico conforto la fede, intesa nel senso manzoniano della Provvidenza, che «non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande». Come il bordone da pellegrino, che annuncia a Jacopo un destino al momento incomprensibile e anzi respinto, ma alla fine accettato serenamente. «Compresi tuttavia di aver ricevuto da tutti i miei amici e dalle mie donne un bene immenso e immeritato. Un bene che mi fece uscire dai lamenti per spingermi ad entrare nella schiera del clero. Ma non mi sono mai rassegnato all'idea che i due cari e sfortunati scrivani, il vecchio bercetese e il giovane francese, sparissero senza l'onore di un ricordo appassionato. Così mi proposi di raccontare la loro infausta e misteriosa storia». Perché la scrittura è l’unico mezzo donato a chiunque, anche al più derelitto e dimenticato, per entrare nella storia. E magari cambiarla.