Sfratto a Collini, da un secolo arrotino dei milanesi

La ferramenta è passata di padre in figlio. Ora è gestita da due ex dipendenti

Capita anche questo. Capita che in una città in cui ci sono inquilini in pieno centro a pochi euro al mese ci sia chi, senza battere ciglio, paga una pigione a prezzi di mercato. E che vorrebbe continuare a pagarla. Anzi, sarebbe disposto a riscattare i locali pur di rimanere dove sta. Ma non può farlo. Capita anche questo. Capita che un negozio che ha avuto clienti come Indro Montanelli, Giorgio Forattini o Giancarlo Giannini rischi di chiudere i battenti. Nonostante un canone «normale» in quello stesso corso Buenos Aires dove in saldo si possono trovare pure gli affitti.
Capita anche questo al Ferramenta Collini, civico 8 della principale arteria commerciale della città, negozio presente a Milano da fine Ottocento tanto da guadagnarsi nel 2004, sotto la giunta Albertini, il titolo di «Bottega storica». E che ora, dopo 125 anni, rischia di abbassare definitivamente la serranda a causa di uno sfratto giudiziario.
È il 1883 quando Davide Collini da Pinzolo decide di lasciare il Trentino per stabilirsi in città e aprire una bottega di arrotino. Davide ha un unico figlio, Abelardo. Che, alla morte del padre, rileva l’attività. Ma Abelardo non lascia eredi diretti. Così cede il negozio a Silvana Corio, una lontana nipote, e a Luciano Dallari, uno dei dipendenti. Con la precisa condizione di proseguire sul percorso tracciato dal padre. E così è: in quei locali, che fanno parte di uno stabile tutto di proprietà di due sorelle cui i conduttori pagano regolare pigione, prosegue l’attività di arrotatura e ferramenta, lasciando inalterata quell’insegna che campeggia su tre vetrine «Ditta Davide Collini». Tutto bene fino a nove anni fa quando... capita anche questo. La nipote e Dallari cominciano a essere anziani e decidono di cedere a loro volta l’attività. A rilevarla i cugini Bugada, che al negozio Collini fornivano il servizio di affilatura. Ma il tempo passa inesorabile pure per le due sorelle proprietarie dello stabile che vendono il palazzo a una finanziaria che lo acquista in due tranche: la prima alla morte di una sorella, la seconda successivamente.
Così capita che la finanziaria faccia partire immediatamente lo sfratto per tutti gli affittuari, compresi i Bugada della Collini. I quali, in nome della promessa fatta di continuare l’attività con la stessa tabella merceologica e lasciare inalterato tutto (salvo qualche rara modifica per mettere gli impianti a norma di legge), non ne vogliono sapere di andarsene. Neanche di fronte a locazioni tutt’altro che favorevoli. Neanche di fronte alla prospettiva di una notevole somma da sborsare per riscattare i locali.
E così che i Bugada intentano due procedimenti giudiziari: uno per lo sfratto amministrativo (fermo al primo grado) e uno per il diritto di prelazione sui locali. Su questa seconda causa, dopo lungaggini burocratiche che una volta tanto si sono rivelate provvidenziali per la sopravvivenza, la Corte d’Appello lo scorso mese di dicembre ha emesso parere negativo: gli interessi di una finanziaria sarebbero prevalenti rispetto a quelli di una bottega. E comunque al cuor non si comanda. E la legge è legge. E al momento (nonostante l’interessamento di molti politici, non ultimo quello dell’assessore alle Attività produttive Tiziana Maiolo) non ne esiste ancora una che parli di posizione di privilegio per le botteghe storiche. Anche se, nel frattempo, una sentenza favorevole qualcuno l’ha emessa: sono gli oltre 15mila cittadini che hanno sottoscritto una petizione affinché il «loro» negozio non vada via di là.
Capita anche questo. Ora, dopo la pubblicazione della motivazione della sentenza d’Appello, la parola torna ai giudici. L’auspicio è che a diventare esecutivo, una volta tanto, non sia uno sfratto ma il cuore di un magistrato che passi sopra cavilli giudiziari e logiche di mercato. Così da non privare la città di un pezzo della sua storia.