Sfregio a Gomorra: Napoli si rivolta contro l’eroe Saviano

Un calciatore, Borriello, e un jazzista, Sepe, attaccano il più
inattaccabile degli scrittori

Il Vesuvio è quiescente e silenzioso. Ma quando erutta non perdona. Fin dall’autunno del 2006, quando uscì in sordina da Mondadori, il celebrato romanzo non-fiction di Roberto Saviano nella terra di Gomorra è stato - diciamolo - malsopportato. A lungo a Napoli&dintorni malumori, dissensi e fastidi hanno gorgogliato in Rete, nei blog e nei siti letterari underground, lontano dai clamori dei grandi media dove Saviano era, e rimane, Intoccabile. Poi lentamente il magma della contestazione è risalito dalle viscere dell’indignazione (e dell’invidia, certo) ed è improvvisamente fuoriuscito in un’esplosione sprezzante di rabbia, cattiveria e schifio.

Ieri due violente eruzioni hanno rischiato di far collassare il tempio sacro in cui si celebra il mito del savianismo. In un’intervista al mensile GQ, il calciatore Marco Borriello, napoletano al di sopra di ogni sospetto, tanto che si è trovato a undici anni con il padre ammazzato dalla camorra ed è cresciuto a San Giovanni a Teduccio, uno dei quartieri con il più alto tasso di famiglie malavitose in Italia, ha dichiarato che «Saviano è uno che ha lucrato sulla mia città. Non c’era bisogno che scrivesse un libro per sapere cos’è la camorra. Lui però ha detto solo cose brutte e si è dimenticato di tutto il resto». Sul Corriere della sera, invece, il sassofonista e compositore Daniele Sepe, altro napoletano duro&puro, ha presentato il suo nuovo cd che contiene un brano ferocissimo contro l’autore di Gomorra intitolato Cronache di Napoli. Dove, artisticamente, si fa di Saviano un pesante ritratto, molto diverso da quello dell’eroe che televisioni, festival, giornali e Fabio Fazio gli hanno ricamato addosso: imputa allo scrittore di raccontare favole false e bugie («fabbula favesa, buscie»). Sfregia l’icona dell’eroe senza macchia e senza paura («nu sistema te cummiglia e ’a verità se ’nzerra», «c’è un sistema che ti protegge e la verità si nasconde» e addirittura «faje ammuina e picci ma, fore do ’impiccio, vuo’ cchiu’ sord’ e ciorta», «fai casini e capricci, ma fuori dagli impicci vuoi più soldi e fortuna»).

E lo accusa di non avere il coraggio di puntare in alto: «È possibile - si chiede Sepe nell’intervista - che in tutto il libro non si faccia mai il nome di un politico legato ai casalesi? E pure il discorso sui rifiuti: ne parla tanto, ma non fa riferimenti reali alle aziende che si aggiudicano quegli appalti?». Di più, Sepe insinua il mafioso sospetto che Saviano sia manovrato: «o’ capo pav’ ’a scorta, ’o stess’ boss che t’ha pavat’ ’a sturiell’, che t’appara ’o pesone e’ ’o capo de guattarell’», «e il capo paga la scorta, lo stesso che ti paga l’affitto è il capo burattinaio», dove chi paga e chi pubblica è ovviamente Berlusconi. L’esplosione del Vesuvio farebbe meno danni.
Ora: Marco Borriello e Daniele Sepe rappresentano due mondi diversissimi.

Il primo è un calciatore, nell’immaginario mediatico-collettivo un semi-analfabeta, uno a cui non è concesso alcun credito intellettuale. La sua boutade, che non ha alcuna connotazione politico-ideologica, sarà considerata alla stregua della minchiata pro-cocaina di Morgan. Una battuta infelice, senza alcun peso morale o culturale, scappata di bocca a un ragazzino (la cui maliziosa ingenuità come sempre in questi casi rischia di sconfinare nella purezza della verità). Con il particolare non irrilevante - però - di aver avuto il padre «sparato» dalla camorra.

Il secondo è un musicista colto, sassofonista «antagonista», idolo dei centri sociali, firma del Manifesto, jazzista operaista che vive e compone dentro la sinistra più arrabbiata e anti-berlusconiana, uno che ha firmato l’album Suonarne 1 per educarne 100. E solo per caso, ma forse no, fa uscire il suo cd anti-Saviano Fessbuk-Buonanotte al manicomio dalla stessa società editrice - manifestolibri - che ha pubblicato il recente saggio del sociologo Alessandro Dal Lago Eroi di carta che fa maoisticamente a pezzi, da ultra-sinistra, il romanzo Gomorra e lo scrittore Saviano: furbo nello stile e scorretto nell’impianto narrativo il libro; sopravvalutato, moralista, vanesio, nazional-popolare e portato alla semplificazione, l’autore.
Un calciatore, un musicista, in mezzo uno studioso (e non staremo ad elencare qualche giornalista savianamente uncorrect, né molti cronisti napoletani che si sentono scippati di parole, opere e opinioni finiti per caso nel container di Gomorra). Ognuno con le proprie antipatie, ognuno con le proprie idee, ognuno con le proprie motivazioni. Tutte diverse. Tutti contro Saviano.

Il quale peraltro, non avendo paura della camorra, non sarà certo spaventato da invidiose polemiche di carta. A parte la solidarietà dell’intellighentia e della Sinistra moderata e moralista, troverà anche, ancora una volta, il sostegno e l’appoggio di una certa Destra. Che si affretterà già domani a difendere lo scrittore dalla «solita e petulante litania snob» dei suoi nemici. Roberto, del resto, è un amico. E, ad ascoltare i borbottii di “vecchi” missini napoletani, anche un camerata. Daniele Sepe, da «comunista e figlio di partigiani», quale si professa essere, non può condividere «il pensiero di uno che sostiene di ammirare il rigore morale di Almirante». Mentre a qualcuno, invece, tutto sommato non dispiace chi da ragazzo (si dice, per carità, si dice e basta) aveva in tasca la tessera del Fronte della gioventù.