Sfugge ai poliziotti e gli regala champagne

Simone Di Meo

È in fuga da quando aveva 26 anni. Ora ne ha 53. L’ultima volta che sono andati vicini alla cattura, non molto tempo fa (ma l’indiscrezione è trapelata soltanto ieri) s’è volatilizzato come un fantasma, omaggiando i suoi inseguitori con una bottiglia di champagne: «Auguri, e buone vacanze. Pasquale». Stempiato, appesantito dall’età e da una latitanza lunga oltre un quarto di secolo. Solo le sopracciglia, foltissime, sono rimaste uguali. Così è (o dovrebbe essere) oggi il volto del superlatitante di camorra Pasquale Scotti, ricostruito al computer dagli 007 della Squadra mobile di Napoli, diretti dal vicequestore Andrea Curtale. Il boss - condannato all’ergastolo e accusato di una mezza dozzina di omicidi - scomparve alla vigilia di Natale del 1984. Era ricoverato nell’ospedale di Caserta, ferito in un conflitto a fuoco con la polizia. Si calò dalla finestra con una corda e da allora è uccel di bosco. Non si seppe mai chi lo aiutò. «Radio Camorra» sostiene che i suoi angeli vestivano una divisa. Qualcuno ipotizzò addirittura che fosse morto, ammazzato dai suoi stessi compagni perché testimone scomodo dei patti scellerati tra politica e camorra. Fa ancora paura, il superlatitante Pasquale Scotti da Casoria, per ciò che ha visto e fatto durante le settimane del sequestro dell’ex assessore regionale dc Ciro Cirillo. È stato Scotti, insieme a Vincenzo Casillo (vicino ai Servizi, ucciso da un’autobomba) a fare da mediatore tra don Raffaele Cutolo, i vertici regionali della Dc, gli 007 militari e le Br per ottenere il rilascio del politico. È stato Scotti ad amministrare le fortune della Nuova camorra organizzata (Nco) e a nascondere il tesoro di Cutolo investendolo in Italia e all’estero. È Scotti a sapere chi incontrò don Rafaè, nel carcere di Ascoli Piceno, per chiudere la trattativa su Cirillo.
Per un po’, polizia e carabinieri gli sono stati addosso. Addirittura, nel ferragosto del 1995 si diffuse la notizia che fosse stato catturato al confine tra la Polonia e la Cecoslovacchia. Ma al posto di Scotti era stato fermato alla frontiera il funzionario della Fiat cui - ironia della sorte - il camorrista aveva rubato l’identità. Da allora, il nome di Scotti è comparso - qua e là - in alcune informative, niente di più. Mai un passo falso, in questi 27 anni. Non è mai stato intercettato al telefono e nessun pentito ha detto di averlo visto. Un fantasma. Agli atti delle vecchie inchieste ci sono solo le foto in bianco e nero degli anni Ottanta, quand’era conosciuto come Pasqualino 'o collier per via della spacconata di regalare un girocollo d’oro da 30 milioni alla fidanzata di Cutolo, e copia dell’intervista che Scotti rilasciò a un giornalista di Oggi per dire che Enzo Tortora non c’entrava con la camorra e che era vittima di falsi pentiti. Poche e disordinate le informazioni sui suoi movimenti. C’era chi lo segnalava in Lombardia, chi nell’est europeo. E chi lo immaginava nascosto tra Casoria e Caivano, protetto da una plastica facciale, in costante contatto con il fratello Giuseppe. L’unico che sapeva dove si trovasse, l’unico che poteva parlargli. L’unico che avrebbe potuto portare alla sua cattura. Qualche tempo fa, un gruppo di investigatori napoletani decise di seguire proprio Giuseppe Scotti in una crociera nel Mediterraneo. Erano convinti, quei poliziotti, che i due fratelli si sarebbero visti di lì a poco. Sulla nave si davano il cambio nel pedinarlo, senza farsi notare. La notte, riuniti nella cabina del capo a pianificare l’indagine, e la mattina in piscina o nel salone delle feste a osservarne le mosse, col cuore in gola per non farsi scoprire. Poi, una sera, poco prima di uno dei tanti scali nel Nordafrica, un cameriere bussò alla porta della cabina di uno degli agenti e gli consegnò una bottiglia di champagne. Una magnum. La accompagnava un bigliettino con su scritto «Buone vacanze a tutti, Pasquale».
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