Sfuma il sogno di D’Alema: «Ci speravo»

Roberto Scafuri

da Roma

Si va all’ultima delle riunioni di giornata, quella dell’ufficializzazione del voto per Napolitano, con l’ultimo dei dubbi. «E se quelli della Cdl non ritirano la scheda?», s’assilla uno dei big dell’Unione. Ma se una trentina di «franceschi tiratori» saranno pure fisiologici, trovare stamane una quarantina di kamikaze sarà arduo. In ballo c’è il governo di Prodi, e persino l’onore dei Ds. Tanto che Fassino saluterà l’evento come «il riconoscimento al contributo democratico del Pci». E aggiunge: «L’elezione di Napolitano ha un valore di natura politica e storica. Sale al Quirinale un uomo che ha trascorso gran parte della sua vita nella sinistra italiana e nel maggior partito della sinistra».
Ma si va verso la sala della Regina di Montecitorio, all’ultima delle riunioni di giornata, anche con l’amarezza a fior di pelle. Massimo D’Alema sotto il sorriso sprizza scintille. Incamera l’impertubabilità del Tao e cortese risponde persino alla domanda di una cronista. All’irrompere di altre «iene dattilografe» è pronto a graffiare. Si riprende subito e, al capannello che vorrebbe sapere di tutto, spiega il solito ovvio: «Quello che succede è qui davanti ai vostri occhi, non c’è nessuna manovra, nessun trabocchetto... Se parlerò nell’assemblea? Come in tutte le assemblee, chi ha qualcosa da dire alza la mano e chiede di parlare. È la democrazia, diciamo...».
Diciamo che è anche uno dei modi scelti da Prodi per «titillare lo sconfitto», come spiegava poco prima un altro big. Romano voleva che prendesse la parola dopo di lui all’assemblea serale. Una «pacchianata», la definivano alcuni Grandi elettori. Ma una «pacchianata» che serviva al vincitore della partita del Quirinale, forte degli insegnamenti non del Tao ma della Dc. Per tutta la giornata Romano lavorava al recupero di Massimo, invitato per un chiarimento in Santi Apostoli poco prima dell’una. Venti minuti a quattr’occhi nei quali il candidato premier ha cominciato a spiegargli quanto sarebbe stato importante che lui stesso spiegasse la scelta di Napolitano, smentendo dissidi e sgambetti. E si consultava con Massimo anche sul calendario, con il «possibile incarico già domenica» (sarà lo stesso D’Alema a dichiararlo più tardi). Ovviamente garantendogli massima visibilità, perché uno come lui non può sottrarsi alla Farnesina (Massimo estenuato dirà: «Sono disponibile a entrare, ma non mi candido a nulla»).
Il vertice serale diventa così una seduta di «autocoscienza collettiva» per assopire risentimenti. «Questa vicenda è stata complessa e abbiamo dato una grande dimostrazione di unità - esordisce Prodi -, un forte segnale per il futuro, un’unità che dovremo dimostrare anche domani (oggi, ndr): siamo a un passo...». Poi entra nel vivo: «C’è una persona qui... che voglio ringraziare personalmente: Massimo D’Alema». Tocca al «cavallo di razza» far capire che la scelta di Napolitano «è frutto di una convinzione maturata e indiscutibile». D’Alema è allo stesso tempo istituzionale e franco: «Ci facciamo carico di una soluzione che non è una soluzione di parte, qui sta la superiorità della candidatura Napolitano rispetto a ogni altra... Commetteremmo un gravissimo errore se facessimo un passo indietro. È un atto di grande responsabilità sia accettare la candidatura che sostenerla. Ma non ci possiamo permettere un passo falso...».
Rinnova l’appello alla Cdl «irragionevole» perché ha risposto «con veti e ricatti reciproci», e conclude tra gli applausi: «Ho tanti difetti, ma non faccio atti contrari alle mie convinzioni politiche. Contro le mie convinzioni politiche, nessun calcolo personale...». Lo sfogo continua ai microfoni di Sky News. «Per alcune ore ho ritenuto possibile che fossi eletto io, spogliandomi della veste di uomo politico di parte...». Ma in realtà, aggiunge, «sapevo fin dall’inizio che era molto difficile, in un clima di scontro era improbabile... Serviva un grande coraggio politico, ma la Cdl non ha nemmeno il coraggio di votare Napolitano, figuriamoci D’Alema... Avesse voluto sostenermi avrebbe dovuto farlo allo scoperto perché il presidente della Repubblica non si elegge nella segretezza». Ringrazia i giornalisti del centrodestra che «hanno fatto una battaglia sul mio nome», anche se «non hanno avuto nessuna eco tra i leader della Cdl». Per questo era «giusto lasciare il passo»: una convergenza sul proprio nome avrebbe richiesto molto coraggio, insiste. «Purtroppo devo constatare che nei momenti in cui occorre il coraggio politico, a Berlusconi manca... È accaduto così in Bicamerale, è accaduto così anche questa volta». Due volte nella polvere, due volte sugli altar.