Sfuma il sogno Ferrari Il mondiale è di Vettel

Ha vinto Vettel, ha vinto la Red Bull, è stato un disastro di Rosso vestito, i rivali hanno messo le ali e il Cavallino si è azzoppato. Di solito sono i critici, siamo noi a infierire e scodellare metafore per descrivere un’impresa sportiva. Nel bene come nel male. Disastro od opera d’arte, suicidio o capolavoro. Stavolta non c’è bisogno, fanno tutto loro, i ferraristi, ragazzi e uomini arrivati lì lì a regalarsi e regalarci il sogno. Sono loro a caldo, a intonare subito un sentitissimo mea culpa, a dire che sì, col senno del poi non dovevamo sostituire le gomme ad Alonso al giro 16, subito dopo Webber, per tallonare l’australiano. Se non l’avessero fatto, Fernando non si sarebbe trovato nel traffico figlio della safety car regalata dal botto di Schumi e con piloti veloci come Kubica, Rosberg e Petrov su Renault a scombinargli la vita. Sì, hanno detto gli uomini della Rossa, pasticcio tutto nostro, Alonso non c’entra nulla. E se c’entra, aggiungiamo noi, è solo il respiro di quella partenza sembrata lenta in cui ha perso il terzo posto, ma che forse va spiegata nello scatto bruciante tipico della McLaren. Uno scatto domabile solo a patto di prendere rischi che Fernando, giustamente, doveva evitare come la peste. C’era il mondiale da vincere, c’erano otto punti da gestire. C’erano.
È la squadra che vince o che perde, questo è il motto Ferrari, per cui non c’è da puntare il dito, c’è solo da ammortizzare la delusione e capire gli errori. Lo sa bene il presidente tifoso Montezemolo quando dice che «sarebbe bastato tenere la posizione, il quarto posto, e avremmo vinto il mondiale... Purtroppo già nel 2008, con Massa, siamo stati battuti all’ultima curva... e ora fa più male perché eravamo convinti di non perdere. Però sono orgoglioso di questa Ferrari che non si arrende mai e ringrazio Domenicali che in una stagione difficile ha fatto un grandissimo lavoro... ringrazio Alonso, pilota fortissimo che dà sempre fiducia e infonde ottimismo... se non ha vinto il titolo non è per colpa sua». E come il presidente lo sa bene il gran capo del Cavallino in pista, Stefano Domenicali: «Abbiamo fatto una scelta strategica sbagliata e le ragioni sono tre: abbiamo marcato un avversario con due macchine; abbiamo temuto oltre misura il degrado delle gomme morbide; non abbiamo considerato la difficoltà nel superare le altre vetture nel traffico. Ora è inutile mettersi a discutere sul perché si sia arrivati a questa scelta: si vince e si perde tutti assieme, come una squadra... Siamo la Ferrari e abbiamo la magnifica condanna di dover vincere». E lo sa Andrea Stella, l’ingegnere di macchina di Fernando quando, pallido in volto, aggiunge «Alonso ce l’ha messa tutta, siamo noi che non abbiamo risposto nel modo giusto». E con loro lo sa Chris Dyer, responsabile delle strategie della Rossa: «Avevamo la macchina, la squadra e il pilota per vincere il titolo... abbiamo guardato troppo quello che accadeva alle nostre spalle senza vedere cosa avevamo davanti al nostro naso».
I tifosi accaniti possono anche sbizzarrirsi in richieste di licenziamento, rivoluzione, rifondazione, ne hanno il diritto, ma nello sport c’è un dettaglio che non va mai perso di vista: il confine tra il trionfo e la disfatta spesso è un niente come quel centesimo di secondo in cui l’uomo deve prendere una decisione. Col senno del poi, siamo tutti qui a parlare di suicidio Ferrari, di strategia scellerata. Però quanti però: le gomme super soft che invece sono durate; Massa che se solo avesse fatto il suo sacrosanto dovere, partendo a missile, si sarebbe piazzato davanti a Webber e con lui a controllare l’australe, forse, quando al giro nove Webber ha pizzicato con scintille il muretto, quando ha detto al team che sentiva qualcosa di strano sul posteriore, quando il muretto l’ha richiamato per il pit stop, la Rossa avrebbe lasciato Felipe a far da cavia e Fernando a fare il suo in quarta posizione. Ora qualcuno parla addirittura di trappolone, di finta, di sacrificio di Webber pro Vettel, ma la pizzicata del muro con tanto di scintille l’hanno vista tutti. Era vera, pericolosa, altro che trappolone.
E allora? Da capo. Si vince e si perde assieme. Tanto più dopo una rimonta talmente rimonta da restare bella nonostante la devastante sconfitta. Per di più una rimonta costruita - come il nostro Benzing ha spesso sottolineato - nonostante evidenti sospetti tecnici sulla Red Bull e una certa benevolenza Fia nei confronti del team angloaustriaco.
Per cui, tifo, rabbia, bestemmie, però con stamane, al massimo stasera, basta. Ricordiamoci che gli stessi uomini che oggi vengono messi sotto accusa sono gli artefici del sogno inaspettatamente cullato da noi tutti fino all’ultimo. Gente che si è spaccata la schiena. Non è che perché ti chiami Ferrari voli per diritto divino.