Sgarbi, confessa e non fare il Galimberti

Il critico d’arte inciampa su Botticelli: per una prefazione a un nuovo
libro ha copiato un testo di 40 anni fa Alla nostra firma chiediamo la
stessa cosa che aspettiamo da mesi dal noto filosofo: un’ammissione di
colpa

«I veri geni copiano», diceva Federico Fellini, al quale piacevano molto i film di Bava... E per il resto le storie del cinema, della letteratura, ovviamente dell’arte, e anche della critica sono piene zeppe di «prestiti», scippi, «citazioni», omaggi, calchi, contaminazioni. Veri e propri plagi. Da Virgilio alla mamma di Harry Potter ci sono cascati tutti, almeno una volta.
C’è cascato anche Vittorio Sgarbi, il che è tutto dire. Ieri, sulla Repubblica, Francesco Erbani gli ha sbattuto in faccia la prefazione al volume dedicato a Botticelli per la collana «I grandi maestri dell’arte» pubblicata da Skira e venduta in allegato a una serie di quotidiani. Appare firmata da Vittorio Sgarbi ma - ahilui - è pressoché identica a un saggio che la storica dell’arte Mina Bacci scrisse nel 1964 - più di quarant’anni fa, ma il tempo non è mai galantuomo - per la fortunatissima collana «I maestri del colore» della Fabbri. Se ne è accorta casualmente una insegnante in pensione che lo ha segnalato al quotidiano. Leggendo i due testi in parallelo, non ci sono dubbi. Sgarbi ha copiato il lavoro della Bacci.
Ora: Sgarbi è una delle firme più illustri di questo giornale, e un collaboratore - così vuole la correttezza - va sempre difeso. Ma - così vuole la coerenza - siamo costretti a chiedere anche a un nostro illustre collaboratore la stessa cosa, ossia l’ammissione di colpa, che per mesi abbiamo chiesto al professor Umberto Galimberti, reo - come hanno dimostrato fra aprile e settembre di quest’anno gli articoli usciti sul Giornale a firma Mario Farneti e Matteo Sacchi - di almeno quattro-cinque casi fra plagi, «copia-e-incolla», copia e basta. Galimberti ha scelto il silenzio. Sgarbi, in virtù del proprio carattere, ha scelto di parlare. Cosa che di per sé non lo rende meno colpevole, ma di certo più dignitoso.
Ci siamo sempre chiesti - e come noi, ne siamo certi, se lo sono chiesti anche molti lettori - come possano certi scrittori, giornalisti, professori, essere alla mattina presto in radio, poi presenziare a un convegno alle 10, inaugurare una mostra a mezzogiorno, tenere una conferenza stampa alle 13, scrivere un pezzo nel primo pomeriggio e registrare una trasmissione televisiva nel secondo, rilasciare un paio di dichiarazioni alle agenzie di stampa prima di cena, essere ospiti di Porta a Porta dopo, e trovare il tempo per leggere, studiare, recensire libri e magari scriverne uno... Ce lo chiediamo con invidia, visto che - noi - a fatica riusciamo a conciliare un articolo alla settimana con la lettura quotidiana dei giornali.
Ma noi siamo soli, mentre attorno agli scrittori, ai giornalisti, ai professori famosi si aggirano sempre dei fantasmi. Con termine tecnico si dice ghostwriter: che prima dell’avvento del politically correct si chiamava «negro» e ora «collaboratore». Cioè uno che - più o meno - scrive per te mentre tu sei a un convegno, o in televisione, o a una festa. Funziona così: il primo ci mette il lavoro, le beghe, e mette in tasca il 10 per cento del compenso; il secondo ci mette il nome, la firma, e porta a casa il 90 per cento dei soldi. Con una controindicazione: il primo è un fantasma, e quindi non esiste per nessuno, né per il diritto d’autore, né per la legge, né per la coscienza. Il secondo ha un nome e si deve assumere tutte le responsabilità. E anche la fatica di chiedere delle scuse. Quelle che aspettiamo da Sgarbi.