Sgarbi-Moratti, le relazioni pericolose

Ecco i retroscena inediti del conflittuale rapporto fra il sindaco di Milano e il suo (ex) assessore alla Cultura. Un feuilletton post-moderno che mette in scena l’eterno duello fra Arte e Potere<br />

Milano - Il problema, a ben guardare, non è tanto capire come possano essersi divisi. Ma perché si siano messi insieme. Di per sé fra Vittorio Sgarbi e Letizia Moratti è difficilissimo trovare qualcosa in comune, anche se in effetti - l’esperienza coniugale insegna - le coppie storiche, cioè capaci di costruire una storia davvero solida, sono proprio quelle che nei loro due poli risultano altamente conflittuali. Individui antitetici, coppia indistruttibile. Di solito.

Individualmente antitetici e insieme conflittuali, Vittorio Sgarbi e Letizia Moratti - assessore alla Cultura uno, sindaco di Milano l’altra - per due anni hanno lavorato insieme a Milano distruggendosi a vicenda. Il primo ha messo a dura prova la pazienza e l’aplomb della Prima Cittadina, facendole saltare i nervi con la stessa frequenza con le quali è solito rilasciare dichiarazioni. La seconda ha infilato un bastone fra le ruote della carriera politica (per fortuna è solo una delle tante, oltre a quella di critico, professore, scrittore…) del Primo in Tutto, facendogli andare di traverso una città nella quale vive come un Principe, a partire dalla reggia che gli fa da quartier generale, l’albergo Town House, l’unico esistente a sette stelle. “Che salgono a otto quando ci alloggio io”.

Lei un tipo maschio, spigoloso, soldatesco, freddo, algido, ordinatissimo, e come tutti i primi della classe naturalmente antipatico. Lui una persona uterina, isterica, anarchica, vulcanica, infiammabile, disordinatissima, e come tutte le primedonne immediatamente simpatica.

La loro, più che una relazione professionale, è stata un’avventura di cappa e spada. Non correvano, sfilavano. Non discutevano, conversavano. Non litigavano, duellavano. Lui un cavaliere in giacca blu a servizio dell’arte e della libertà, pronto a difende tutte le forme di espressione normalmente vietate. Un eroe, a suo modo. Lei una Richelieu in tailleur viola a servizio del Cavaliere, pronta a tutto per fare della sua Milano la più ambiziosa città d’Europa. Una statista, a suo modo.

E per raccontare questo fuilletton post-moderno dove si incrociano suor Letizie e frati Clementi, palazzi e alcove, saloni e salotti, cortigiani e mercanti d’arte, writers e portaborse, omo e sex, ci voleva una cronista infaticabile e fedele: la nostra collega Marta Bravi, che tutti noi stimiamo molto ma che non abbiamo invidiato neppure un minuto quando correva da Milano a Salemi (e ritorno) per narrare l’epopea cittadina di un intellettuale prestato alla politica e di una politica strappata al management i quali, fuori da facili metafore, mettono perfettamente in scena l’eterno e ambiguo rapporto fra Arte e Potere. Il feuilletton è un libro-intervista che ha la violenza del pamphlet e il rigore del mémoire. S’intitola Clausura a Milano e non solo, lo pubblica – come da miglior commedia degli equivoci - la casa editrice della sorella dell’autore (Bompiani) e – come da miglior operetta – farà parlare tutta la città. E non solo. Perché Clausure e Censure, così come l’eterno conflitto tra Arte e Potere, si diffondono ovunque, dai muri graffitati del Leoncavallo alla teca immacolata dell’Ara Pacis. E’ una questione di Cultura.