Sgarbi nel nome del padre (e contro i padrini)

Il programma del critico è un attacco alle mafie. Compresa quella
dell’economia verde che distrugge il paesaggio di regioni come la
Puglia. Finale a sorpresa: il conduttore introduce il figlio Carlo,
discutendo le proprie scelte ed errori

Una difesa accesa dall’attacco «mafioso» ricevuto personalmente, una violenta accusa contro la distruzione delle bellezze italiane e una lunga sequenza di dotte citazioni di padri spirituali che raramente vengono nominati in una trasmissione televisiva. Non è facile definire il programma di Sgarbi che ha debuttato ieri sera su Raiuno. Di certo è completamente anti-televisivo, contrario a qualsiasi canone e regola basilare che, tradizionalmente, porta uno show al successo. Ma, magari, proprio per questo, sarà apprezzato. Quanto a un programma si richiede di essere lineare, concreto e basato su alcune idee guida, tanto quello di Sgarbi è stato confuso, caotico, infarcito di mille citazioni, notizie, curiosità, rimandi alla pittura, scultura, letteratura, ai pensatori di ogni genere e campo, da Caravaggio a Giovanni Paolo I, da Pasolini a Renzo Arbore, da Raffaello a Walter Chiari. Che questo sia un bene o no, lo si vedrà questa mattina, leggendo i dati di ascolto: non è facile incuriosire il pubblico, ancor di meno gettandogli addosso una tale quantità di conoscenza. Certo è che, comunque vada, bisogna dare atto a Vittorio Sgarbi di aver avuto il coraggio di portare in prima serata personaggi e intellettuali che poche volte sono stati citati in una fascia oraria solitamente destinata a film, fiction, balletti e calcio. Nomi anticonformisti come quelli di Leo Longanesi, Federico Zeri e Thomas Bernhard. Tanto per ricordare che lui, Sgarbi, vuole restare eretico anche se ha dovuto ubbidire a un direttore generale, Lorenza Lei, che gli ha impedito di parlare nella prima puntata di Dio.

La sigla è effervescente: un montaggio di immagini di disastri recenti (dalle Torri gemelle al terremoto in Giappone) e di particolari della Cappella Sistina. Uno stacco sulla bellissima scenografia che riprende la Scuola di Atene di Raffaello, ed esce Sgarbi. Peccato, però, che il critico cominci con una ricostruzione un po’ noiosa di tutti i guai che ha dovuto attraversare la trasmissione (cambio di titolo, argomento, giorno di messa in onda) prima di vedere il debutto.

Poi si entra nel vivo della puntata il cui argomento sarebbe la paternità, ma al tema ci si arriva solo verso la fine. Dopo un excursus sulla propria carriera televisiva corredata di indimenticabili litigate furiose con la Mussolini, D’Agostino, Aldo Busi, Cecchi Paone, Sgarbi passa agli incontri importanti con i «padri spirituali», per arrivare infine ai «padrini». Da qui parte l’accesa invettiva contro chi «ha tirato fuori vecchie storie già chiarite e uscite sui giornali proprio il giorno prima del debutto per cercare di bloccare la trasmissione stessa». Il riferimento è a varie inchieste di mafia e alla più recente che ha portato al maxisequestro da 35 milioni di euro all’imprenditore siciliano Giuseppe Giammarinaro, accusato di affari illeciti nel campo della sanità e indicato come amico e sostenitore del critico medesimo, sindaco, tra gli altri mille incarichi, della città di Salemi. Accuse che il critico ha respinto rifiutando ogni accostamento non conforme alla legge e rivendicando invece di aver combattuto e continuare a combattere la mafia. E passando poi ad accusare coloro che hanno permesso il diffondersi del vero male dell’Italia: la distruzione delle bellezze artistiche e naturali. A Carlo Vulpio, capo degli autori del programma, il compito dell’invettiva contro l’eolico, battaglia cara a Sgarbi con un attacco diretto a Vendola e alla sua politica verde in Puglia.

Poi la puntata è continuata con una sorpresa: il dibattito a tre tra un nonno e padre, un padre, e un figlio, tutti e tre con un solo cognome: Sgarbi. E cioè il novantenne genitore del critico, in collegamento da Ro Ferrarese e il nipote, Carlo Brenner Sgarbi, figlio del critico. Insomma un momento di racconto della paternità reale, vissuta in un modo molto poco tradizionale come può essere quella di un uomo che si professa allergico a qualsiasi unione e vive da puro libertino. Spiazzante soprattutto come Carlo ha raccontato la paternità negata avendo visto Sgarbi solo poche volte nella sua vita. Per rendere ancor più sostanzioso il tema, in studio è arrivato Gavino Ledda, lo scrittore sardo autore del Padre padrone. A intermezzare i momenti di riflessione le musiche di Morgan (con cui c’è stato anche un momento di tensione) e di Fausto Leali. Oggi il verdetto.