Sgarbi a noi piace anche quando gli tocca la «striglia»

Caro Granzotto, un po’ di rispetto per i lettori de il Giornale. Ci siamo sorbiti l’articolessa di Vittorio Sgarbi sul “nostro” quotidiano del 23 maggio a proposito di una baruffa “appo le sicule lavandaie” (visto che si parla di Salemi, Sicilia) con un altro genio, suo pari (Oliviero Toscani). Di questo nobile contesa, a base di «leccamenti di culo» et similia, abbiamo capito ben poco, tranne che si trattava di uno scambio di accuse su una squallida questione di “tradimenti”, rimborsi spese e supposte frequentazioni mafiose, argomenti di cui non ce ne può “fregare di meno”, come si dice a Roma. Senza entrare nel merito, anche noi riteniamo (cfr. «L’angolo» del 24 maggio) che Sgarbi sia un «grande», ma non è sicuramente un esordiente in tv. Nella circostanza però, noi “ordinary people”, ci siamo già sperduti fin dall’inizio dell’articolo di Sgarbi con un periodo di 24 righe di cui 13 costituite da due incisi(11+2) che fanno perdere il filo del discorso a quanti, dopo una sbirciatina veloce al quotidiano preferito, vengono assorbiti dal proprio lavoro. Dal punto di vista de il Giornale sarebbe stato più consono utilizzare la pagina 11 ospitando l’auspicato «Diario dei crocieristi» denso di interventi assennati e pertinenti. Mi sarei fatto carico dell’incombenza con un lieve costo: il parziale rimborso della cartuccia della stampante. Uso ancor più redditizio per gli interessi della proprietà sarebbe stato, secondo me, che so, fare la divisione a due cifre, utilizzare quella pagina come spazio pubblicitario a sostegno del conto economico aziendale.
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Eh, caro Ardizzone. Come dicono i subalpini esageruma nen, non si esageri. Raccolgo tuttavia il suo grido di dolore e se nel corso dell’esordio televisivo e nel bel mezzo della filippica contra Toscani (e altro, e altri), Vittorio Sgarbi lesse alcuni o forse troppi versi di Dylan Thomas, da amico ed estimatore gliene ricordo tre, del meno di culto, ma spanne e spanne sopra il menestrello gallese, Gianbattista Marino: «È del poeta il fin la meraviglia,/ parlo dell’eccellente e non del goffo,/ chi non sa far stupir, vada alla striglia!». Ora, Sgarbi non sarà un poeta, ma un genio sì e la sua genialità la manifesta proprio nelle iniziative e negli scritti stupefacenti. Quand’ecco che, colto da chissà quale mattana e dimenticando la regola numero uno dei numeri uno - Never explain and never complain, mai dare spiegazioni, mai lamentarsi - s’è lasciato andare a quella estenuante autodifesa. Vuoi sullo schermo, vuoi sulle pagine di questo onorato quotidiano. Ciò non lo fa meno grande, ma, almeno nell’occasione, ingenuo. E questo perché agli sgarbisti, élite alla quale mi pregio d’appartenere, le accuse di ammiccamenti mafiogeni, di sottomissioni ai ras locali di Salemi e dintorni per non dire delle fanfaronate di un fotografo, lasciano il tempo che trovano. Meglio: come lei scrive, caro Ardizzone, non vi prestiamo nemmeno orecchio (traduzione in bella forma del suo «non ce ne può fregare di meno»). Di contro, per gli accusatori, i paparazzi e tutta la compagnia di giro “sinceramente democratica” la sgarbiana autodifesa suona come ammissione di colpa, secondo il demenziale principio giacobino del: se non sei colpevole, perché dunque ti difendi? Morale della favola, Vittorio Sgarbi vada alla striglia per aver tradito la sua eccellenza. E, visto che ci siamo, per aver dato la sua amicizia e la sua fiducia a Oliviero Toscani. Da noi - vero, caro Ardizzone? - annoverato fra le cattive compagnie: niente di personale, sia chiaro, ma ciascun per la sua strada. Ciò detto, resta il forte disappunto per la sospensione una trasmissione come Ci tocca anche Sgarbi, reso più acuto dalla motivazione: aveva fatto “solo” due milioni di ascolti. Due milioni. Al suo esordio e gravata dal pistolotto. Ma come si fa, pavoneggiandosi coi pennacchi del servizio pubblico, a sbattere così la porta in faccia a due milioni di italiani? Eh, cara Lei?
Paolo Granzotto