Sgarbi se ne va ma vuole i danni morali per il licenziamento

L’avvocato del critico: «Quando lo hanno rimosso è rimasto chiuso per una settimana in albergo»

Una decisione prudente e giudiziosa, verrebbe da dire ponderata. Così non sembra nemmeno lui e non sembra nemmeno vero che Vittorio Sgarbi si sia dimesso spontaneamente da assessore alla Cultura, senza portare alle ultime conseguenze (mediatiche) il conflitto con il sindaco. Poteva costringere Letizia Moratti a recitare di nuovo la parte della padrona cattiva che licenzia in tronco il domestico impertinente. Ha scelto di non rischiare capra e cavoli e cioè la poltrona di sindaco a Salemi e di assessore a Milano. Se avesse partecipato alla giunta di domani, sarebbe decaduto da primo cittadino in Sicilia; se avesse firmato un provvedimento a Salemi, avrebbe automaticamente perduto l’incarico milanese.
Scacco al cavallo imbizzarrito, che però a sorpresa non fa saltare il tavolo. «Non ci sarà il lampo della mia apparizione in giunta» annuncia Sgarbi. E da tutto questo caos tira fuori una morale: «Il Comune non è capace di amministrare neanche il mio licenziamento, figurarsi il resto. La Moratti ha dimostrato la sua incapacità amministrativa». È già pronto a mettere in atto un piano di disturbo alternativo, ovvero tentare la scalata a Palazzo Isimbardi, dove si vota nel 2009 e una sua lista potrebbe disturbare la competizione elettorale: «Attraverso libere elezioni tornerò a fare l’assessore alla Cultura a Milano, però in Provincia. Il ruolo di presidente della Provincia o di assessore provinciale è perfettamente compatibile». Quel che è certo è che si può candidare.
Letizia Moratti in realtà aveva già pronta la lettera di revoca, ma Sgarbi ha preferito anticiparla con un addio. Una paginetta tranquilla in cui annuncia a sindaco e «gentili colleghi» l’uscita di scena e la rinuncia all’«ambizioso progetto ponte Sale-Milano». Ecco le dimissioni: «Posto davanti all’obbligo di scegliere, rinuncio a essere assessore. A Milano è venuto meno il rapporto di fiducia con il sindaco e con alcuni assessori». Parla di «equivoci culturali» e «ipocrisie moralistiche». Deduce, tre mesi dopo: «Non ci sono più le condizioni perché io lavori serenamente a Milano, pur con le lusinghiere aspettative dei cittadini».
Non gli sono piaciute le accuse di voler rimanere attaccato a tutti i costi a una poltrona in cui non era desiderato: «Ho duecentocinquanta processi e li ho vinti tutti anche se non vado, perché decide tutto il mio avvocato. Anche questa volta ha deciso lui di ricorrere al Tar, perché era convinto che ci fossero gli estremi e infatti così è stato. L’avvocato è andato per conto suo». Sgarbi, o meglio il suo avvocato, è deciso ad insistere nel chiedere i danni. «La vicenda del risarcimento morale e psicologico non è chiusa» dichiara spavaldo il legale Giampaolo Cicconi. Racconta gli effetti del «brutto colpo» subito dal suo assistito: «Quando la Moratti l’ha licenziato, è rimasto chiuso in albergo per una settimana...».