Sgarbo di Netanyahu a Obama "Sulle colonie decidiamo noi"

Il nodo della Cisgiordania: la Clinton aveva ribadito la posizione del presidente contraria a
qualsiasi espansione degli insediamenti. Ieri Abu Mazen ricevuto alla
Casa Bianca

La guerra delle colonie è scoppiata. Covava da dieci giorni, da quel difficile incontro alla Casa Bianca durante il quale Barack Obama aveva chiesto al premier israeliano Bibi Netanyahu risposte chiare sugli insediamenti, sulla disponibilità ad accettare l’indipendenza dello Stato palestinese e a riaprire i negoziati. Bibi sperava di temporeggiare per non tradire le promesse fatte ai suoi elettori e ai 200mila coloni della Cisgiordania, ma non aveva fatto i conti con il calendario presidenziale.

Obama di tempo ne ha poco, troppo poco. Ieri sera ha ricevuto il presidente palestinese Abu Mazen e la prossima settimana sarà al Cairo per uno storico discorso al mondo islamico in cui abbozzerà un nuovo piano di pace per il conflitto israeliano palestinese. Abu Mazen sarà anche un re travicello, un rais senza autorità, un presidente dal mandato scaduto, ma gli era indispensabile per cesellare un piano basato anche sulla rinuncia palestinese al cosiddetto diritto di ritorno dei profughi. In cambio di quella rinuncia, discussa nello Studio ovale, Barack Obama proporrà ai paesi arabi e musulmani il riconoscimento di uno stato d’Israele delimitato da confini più o meno coincidenti con quelli precedenti il conflitto del ’67.

A far il gioco sporco, offrendo un incentivo non da poco al presidente palestinese, ci pensa il segretario di Stato Hillary Clinton spiegando, mercoledì sera, il punto di vista della Casa Bianca sulle colonie. «Il presidente vuole uno stop agli insediamenti, non solo di alcuni insediamenti o degli insediamenti illegali, e non vuole più sentir parlare di crescita naturale ed altre eccezioni», spiega il segretario di stato alludendo ai benevoli sì di Netanyahu ai progetti di espansione per le colonie-formicaio dove il tasso di natalità moltiplica a vista d’occhio gli abitanti. «Dal nostro punto di vista - aggiunge - la fine di qualsiasi espansione degli insediamenti è nell’interesse del processo di pace. La nostra posizione è questa, l’abbiamo comunicata molto chiaramente e intendiamo ribadirla».

La presa di posizione di Hillary Clinton, espressa durante un ricevimento per il presidente palestinese, non è un gioiello di correttezza politica. Con quelle dure parole il segretario offre un indiscutibile vantaggio ad Abu Mazen e rende pubblica l’insofferenza dell’amministrazione verso le posizioni di Netanyahu.

Neanche il governo israeliano sembra però brillare per diplomazia. «Il destino degli insediamenti - ha replicato ieri il portavoce Mark Regev - sarà deciso nei negoziati finali tra Israele e i palestinesi, nel frattempo bisogna concedere a quelle comunità di continuare una vita normale». Quel “vita normale”, quell’eufemismo usato per rimpiazzare il concetto di crescita naturale suona come il punto più irritante. Per Washington i fatti reali sono i progetti di espansione su una superficie di 1.200 ettari della colonia di Maal Adumim a sud di Gerusalemme, con un piano edilizio da 6.000 unità abitative capace d’impedire qualsiasi continuità territoriale tra i territori palestinesi del nord e del sud della Cisgiordania. Un progetto considerato da Washington un vero ostacolo preventivo alla nascita del nuovo Stato palestinese.