Sgomberato l’ultimo «hotel» dei romeni Alloggi universitari al posto del fortino

Quando arrivano gli agenti, ne trovano ancora una quarantina dentro. Due si sono nascosti in uno di quei frigoriferi da bar dove si tengono i gelati nella speranza di passarla liscia. Sono passate da poco le 7, lo sgombero del Marchiondi, l’ex istituto minorile di Baggio, comincia alle prime ore del mattino. Sarà la settima o l’ottava volta che l’edificio, da anni abbandonato e occupato abusivamente da romeni ed extracomunitari, viene evacuato, bonificato e poi rioccupato. Ma questa - promettono le forze dell’ordine e le istituzioni - è davvero l’ultima, quella definitiva. I primi ad uscire sono le donne e i bambini, si portano dietro quello che riescono a prendere mentre gli uomini in divisa entrano nella loro «casa». «Basta, l’albergo ora è chiuso», li avverte un poliziotto, mentre una famiglia chiede di tornare ancora là dentro. In quel labirinto di immondizia, stracci, escrementi e topi dove ci si fa largo in mezzo ad un corridoio di mosche e ad un tanfo che toglie il fiato persino qui all’aria aperta. Ma come fanno a vivere così? La struttura è immensa, ci saranno almeno tre o quattro piani per edificio, più il giardino esterno. Hanno pensato a tutto, i romeni: sulle porte delle «camere da letto» c’è scritto il cognome dei capofamiglia, Vintica, Seri, Sefilla, Madalin, e pure un lucchetto per chiudere l’accesso. I materassi appoggiati in qualche modo ad un sostegno di legno o sbattuti in terra in mezzo ai resti di cibo avariato, carrozzine per bambini, stereo e dvd. All’aperto o al chiuso, fa poca differenza: ci sono bombole di gas ovunque. E pazienza che basti un corto circuito per far saltare tutto in aria. Loro le usano per cucinare, alcuni tengono i fornelli accanto al letto o fuori nel cortiletto in mezzo ai carrelli della spesa che sono diventati dei barbecue. Una delle stanze più frequentate è la sala relax, quella col biliardo. L’ultima partita è finita da poco, ai lati del mobile ci sono ancora le bottiglie di birra mezze vuote. Ma come fanno a vivere in questo modo? E i bambini?
«I miei filii, lascia che vado a chiamare i miei filii». Milos scalpita sul marciapiede di via Noale sotto un sole che diventa ogni minuto più rovente. Si bagna la testa con una bottiglia di acqua e chiede agli agenti di potersi allontanare di qualche metro. Le loro valigie sono già pronte così come quelle di molti altri. In fondo lo sapevano che sarebbero arrivati e li avrebbero mandati via. Lo sapevano, da giorni. Sua moglie, Alina, carica il materasso sul carrello, controlla che ci sia tutto. L’indispensabile almeno, che vuol dire una tanica per l’acqua, una borsa con i vestiti e una sacca piena di fili, prolunghe e ciabatte. Sono passate da poco le 11 e lo sgombero del Marchiondi sta per finire. Il bilancio parla di un contingente delle forze dell’ordine e della polizia locale, di 40 occupanti, rom romeni che si sono allontanati dalla struttura senza opporre resistenza e hanno rifiutato per donne e bambini il ricovero negli alloggi del Comune. Il lavoro di bonifica durerà un mese, ma già ieri pomeriggio il Politecnico ha avviato la recinzione dell’area. Perché qui, al posto di un ricovero per romeni, ci sarà una residenza per universitari.
Milos e Alina si allontanano spingendo il carrello, anche i loro figli sono arrivati. Uno dei due cerca di caricare un altro materasso in cima ai pacchi, la madre urla in romeno. Alza lo sguardo verso la sua vecchia casa e sputa per terra. Sì, l’albergo ha chiuso. E questa volta è davvero per sempre.