Sgominata a Milano cellula del terrore: finanziava attentati

La Guardia di finanza ha individuato la «holding islamica» fiancheggiatrice dei kamikaze: 11 indagati. Il gruppo si riuniva in un bunker protetto da telecamere

Gianluigi Nuzzi

da Milano

Da Milano una ragnatela di microimprese finanzia il Gruppo islamico armato (Gia) che inneggia a Osama Bin Laden, pianifica attentati in Europa e sparge morte e terrore in Algeria. Come la notte del 2 gennaio quando in un’imboscata a Biskra (510 chilometri da Algeri) vennero ammazzati 18 poliziotti. Ma la ragnatela di società raccoglie anche le richieste di aiuti economici dai fratelli detenuti. Come quelle rivolte a Rabah Bouras da Sahouane Madjid, in carcere in Spagna perché ritenuto coinvolto nel progetto di attentato all’Audiencia Nacional di Madrid.
È questa la pesante accusa ipotizzata dal Pm di Milano Luigi Orsi nell’inchiesta sulla galassia finanziaria con a capo due algerini già condannati definitivamente a Napoli per terrorismo, Djamel Lounici e il suocero Othman Deramchi. Otto le aziende nel mirino. Si tratta di società e imprese individuali impegnate tra Milano, Gallarate e Cormano in settori assai diversi: ingrosso di saponi e detersivi, vendita di abbigliamento e bigiotteria, trasporto di container negli Emirati e imprese di pulizia sino all’installazione, manutenzione e riparazione di computer. Ieri 15 perquisizioni compiute dagli specialisti del Gico della Guardia di finanza. Nel mirino le società (tra queste: Al Asli, Al Salam snc, L’Originale, World Web Graphics snc), 11 algerini, dei quali cinque già in carcere per altre vicende, sia infine ragionieri che seguono l’amministrazione delle imprese. Ad eccezione dei professionisti, gli altri sono tutti indagati per associazione con finalità di terrorismo internazionale.
A Milano, secondo gli inquirenti, i presunti terroristi si riunivano in una specie di bunker, un magazzino protetto da telecamere a circuito chiuso. Lì negli uffici di via Conte Verde 18, zona Maciachini, un’attività sia ideologica, sia finanziaria. Alcuni, infatti, «predisponevano documenti - scrive il Pm Luigi Orsi - destinati a definire la condotta strategica dei "fratelli" in Algeria e nel mondo di concerto con i leader Ali Belhaj e Abbassi Madani, domiciliato in Qatar». Così venivano contattati esponenti in Belgio, in Gran Bretagna, e avviate operazioni prettamente di disinformazione nel loro Paese. Come quando decisero di manifestare «una apparente e fittizia adesione al progetto di "riconciliazione nazionale"», avviato dal governo algerino.
Altri si concentravano sull’attività finanziaria. Innanzitutto come collettore di somme e risorse materiali provenienti dai fratelli presenti in diversi Paesi dell’Europa e da portare in Algeria. «Finanziavano e comunque fornivano supporto materiale ai "fratelli" algerini anche per l’intermediario di Ali Belhaj e ciò mentre costoro compivano gli attentati di Biskra e di Chlef (città algerine, ndr)». Poi con le attività tipiche della base logistica: predisponevano documenti falsi, arruolavano fratelli che raggiungevano l’Algeria e offrivano ospitalità ai compagni dell’organizzazione. Infine per gli inquirenti del Gico finanziavano direttamente il gruppo con società satellite. Con un’organizzazione ben strutturata. Per l’accusa Lounici era la mente politica dell’organizzazione, Deramchi seguiva l’amministrazione di alcune imprese commerciali, mentre Rabah Bouras, braccio destro del capo, era sensibile alle richieste logistiche avanzate dai combattenti in Algeria. Per l’accusa al gruppo partecipavano finanziatori puri come Farid Aider e i fratelli Ahmed Lancer: Yacine come portavoce del Fis in Italia e il fratello Lamine come uomo incaricato di portare i soldi in Algeria.

gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it