Sgozzò i figli a sangue freddo: ridotta la pena

L’avvocato: «È un uomo malato. Quando sarà fuori? Tra 12-15 anni»

Enrico Lagattolla

da Milano

Due figli uccisi a coltellate. Una mattanza, un omicidio brutale e feroce. Una vendetta nei confronti della moglie che lo aveva lasciato. Roberto Guaia, 42 anni, scampato nell’aprile dello scorso anno all’ergastolo grazie a un processo celebrato con rito abbreviato, e condannato in primo grado a trent’anni dal Tribunale di Busto Arsizio, si è visto ridurre ulteriormente la pena dalla seconda corte d’Assise d’Appello di Milano: vent’anni di reclusione, e tre anni di cure in una struttura psichiatrica. Una decisione concordata dal difensore di Guaia, l’avvocato Sergio Bernocchi, e dal sostituto procuratore generale del capoluogo lombardo Salvatore Sinagra.
Un accordo che, per Bernocchi, si è tradotto «in una sentenza equilibrata». «Il giudice di primo grado era stato troppo severo nell’applicare una pena che non teneva conto delle attenuanti, ma solo delle aggravanti della premeditazione, della crudeltà e degli abbietti motivi». «Quella di oggi - prosegue il legale - è una sentenza più equa, e il solo fatto che la Procura generale abbia consentito di patteggiare, dimostra come di fatto ci fossero altri elementi che dovevano essere tenuti da conto». Primo fra tutti, la seminfermità mentale, già riconosciuta in primo grado «ma che non ha pesato nella valutazione del Tribunale di Busto Arsizio, la cui sentenza era stata sproporzionata, forse condizionata dall’efferatezza del delitto». Perché «il fatto si commenta da solo nella sua oggettiva gravità, ma si processano le persone, non i fatti in sé. E Roberto Guaia è un uomo malato. Ce lo dicono gli psichiatri, secondo cui sarebbe anche socialmente pericoloso. Per questo chiederò che i tre anni da trascorrere in un ospedale psichiatrico giudiziario, ma che potranno essere anche di più se lo decideranno i medici, vengano applicati prima della pena in carcere». E comunque, «di misure alternative, semilibertà o domiciliari, non se ne parlerà prima di dodici-quindici anni, quando gran parte della condanna sarà stata scontata».
Dunque, da un possibile ergastolo (chiesto inizialmente dal pubblico ministero Tiziano Masini) convertito a trent’anni di reclusione, vent’anni che potrebbero ulteriormente ridursi. Fino quasi alla metà della condanna di primo grado. A pesare nella valutazione del collegio giudicante milanese presieduto da Sergio Vaglio, il fatto che la sentenza sia frutto di un patteggiamento (che comporta lo sconto di un terzo della pena), oltre alla condizione di seminfermità mentale riconosciuta all’imputato, e sostenuta dai consulenti della Procura e dai periti della difesa. Ed emersa, spietata, l’8 aprile del 2004.
Via Monti, Busto Arsizio, Varese. Le sette del mattino. Roberto Guaia è in casa con Danny, il figlio di 14 anni. Ilaria, la sorella, è uscita per una commissione. Tornerà di lì a pochi minuti. I tre stanno passando assieme le vacanze di Pasqua. La madre, che con i figli si era trasferita in Germania da qualche anno, aveva acconsentito alle richieste del marito di trascorrere le feste con i ragazzi. Poi, improvvisa e immotivata, l’aggressione.
L’uomo va in cucina, prende un coltello e si scaglia contro il ragazzo. Danny cerca di difendersi, viene colpito più volte ma resiste, e cerca una via di fuga. Esce sul balcone e chiede aiuto ai vicini. Nessuno si accorge di nulla, nessuno interviene. Il padre lo afferra, lo trascina in casa e lo colpisce con un ultimo fendente alla gola. È in questo momento che rientra Ilaria. Sente le urla del fratello, ma non ha il tempo di reagire. Roberto Guaia è già su di lei. Stessa ferocia, stessa sorte. Ilaria viene sgozzata.
Finito il massacro, l’uomo sistema i corpi dei figli sul letto matrimoniale. È convinto che sia già tutto finito. In realtà, passerà ancora un po’ di tempo prima che i due minorenni muoiano, dissanguati dalle ferite. Quindi, telefona al terzo figlio. Manuel, il maggiore. «Ho ucciso i tuoi fratelli - gli dice -, ora vengo ad ammazzare anche te». Ma così non accade.
Guaia getta il coltello, sale in macchina e fa altre due telefonate. La prima alla moglie. «Li ho ammazzati, questa è la mia vendetta», urla l’uomo al cellulare. Ancora poche parole. «Sì, te li ho uccisi. Così capisci cosa significa soffrire». Vaneggia. «Quando penserai ai tuoi figli morti, guarda tua madre». Interrompe la comunicazione.
La seconda chiamata, qualche minuto più tardi, arriva alla polizia, già allertata dalla moglie di Guaia. Confessa l’omicidio. «Venite a prendermi». Dice di volersi costituire. «Ma prima vado a confessarmi alla basilica di San Giovanni». E lì lo trovano gli agenti. Seduto su una panca della chiesa, si consegna. «Danny e Ilaria sono a casa». In via Monti, carabinieri e poliziotti sono già arrivati. Assieme a Manuel. Il primo a vedere i fratelli, in un letto di sangue.