«Sgravi alle piccole imprese la ripresa è merito nostro»

Il vicepresidente di Confindustria: «Macché tesoretto, chiediamo soltanto meno tasse sugli straordinari e sulle spese di rappresentanza»

da Roma

Non bisogna dimenticare le piccole imprese al momento della destinazione del bonus fiscale adottando misure come la detassazione degli straordinari e delle spese di rappresentanza. È quanto ribadisce Giuseppe Morandini, vicepresidente di Confindustria e presidente del consiglio della Piccola industria di Viale dell’Astronomia. Riguardo al caso Telecom, invece, la politica deve cedere il passo al mercato.
Presidente Morandini, qual è secondo la Piccola industria la migliore soluzione per spendere il bonus fiscale?
«Innanzitutto credo che chiamare “tesoretto” il bonus fiscale sia la peggiore scelta lessicale degli ultimi 50 anni. Se i conti stanno andando meglio, è perché sono aumentate le entrate e, quindi, sulla destinazione c’è poco da fare gli splendidi. Se si ferma il trend, i conti sono gli stessi di prima con tutte le difficoltà connesse rimaste irrisolte. La ripresa è dovuta al lavoro che hanno fatto i nostri lavoratori e le nostre aziende. Il metodo da seguire, perciò, è quello che si utilizza nelle nostre aziende: quando ci sono sopravvenienze straordinarie si impiegano in modo che possano avere un effetto moltiplicativo. In questo caso la destinazione migliore sono i lavoratori e le imprese».
Sopravvenienze straordinarie?
«Il bonus è una sopravvenienza straordinaria perché rappresenta un una tantum e non è scritto da nessuna parte che si ripeta. Solo se rendiamo la crescita strutturale, possiamo scegliere - sempre in maniera rigorosa - dei capitoli di spesa verso i quali immettere risorse».
Il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa ha premesso che un ritocco al ribasso delle aliquote si potrà fare l’anno prossimo solo se la lotta all’evasione fiscale darà buoni risultati.
«Attenzione, però, lo Stato deve trovare nuove leve competitive, come facciamo noi in azienda. Noi non facciamo i bilanci guardando solamente ai listini di vendita. E allo stesso modo lo Stato non può pensare solo all’inasprimento fiscale».
Quindi serve uno sforzo, almeno di comprensione.
«Lo Stato dovrebbe utilizzare lo stesso metodo che abbiamo usato noi, cioè investire e rischiare. Anche perché noi siamo pronti a moltiplicare benessere».
Anche il viceministro dell’Economia Visco ha sottolineato che le imposte non si possono abbassare a causa dell’evasione.
«Noi riteniamo che la politica debba pensare in piccolo. Quello di cui ha bisogno il Paese sono misure piccole e che non costano. Serve una tregua. Noi dobbiamo avere la capacità di intervenire subito perché tra un anno potrebbe essere tardi. Noi in questo periodo dobbiamo avere delle leve per aumentare la competitività. Quali difficoltà ci sono per adottare misure che noi chiediamo come quelle sugli straordinari e sulle spese di rappresentanza?».
Il segretario della Cgil Epifani ha chiesto al governo di non accelerare i tempi sulla destinazione del bonus fiscale. E comunque è improbabile che il sindacato vi accompagni nelle vostre richieste.
«Non si può essere contrari alla crescita. Se il tessuto economico di questo Paese chiede queste misure che hanno pochi costi e se allo stesso tempo non si è in grado di alimentare la ripresa, allora si dice no alla crescita e allo sviluppo. Ognuno ne può trarre le conseguenze».
Sul caso Telecom si sta assistendo in questi giorni a un’interferenza della politica su un’importante impresa quotata in Borsa. Lei che ne pensa?
«È una questione che va affidata al mercato. E la Borsa ha dato un giudizio positivo. In un sistema economico come il nostro le acquisizioni si fanno nei due versi. Come è successo per Enel in Spagna e in Russia, qualcuno comprerà qualcosa in Italia. Noi speriamo che ci siano aziende italiane che si espandono all’estero, ma dobbiamo anche creare le condizioni per attrarre gli investimenti dall’estero. Finora non lo abbiamo fatto e i capitali esteri arrivano per acquistare aziende strategiche».
In casi come questo, però, è il sistema delle imprese italiane a essere chiamato in causa.
«Purtroppo viviamo in un Paese dove non ci sono condizioni per fare impresa paragonabili a quelle di altre nazioni. In quegli ambienti si formano aziende in grado di guardare fuori dai confini nazionali. Detto questo, è evidente che, pur rispettando tutti i meccanismi di mercato, ci dispiacerebbe che un’azienda di queste dimensioni e di questo profilo finisse in mani estere, ma speriamo che ci siano benefici in termini di costi e di servizi per i cittadini e le aziende».