Shakespeare incanta ancora e strappa applausi alla Corte

C’è stata festa grossa venerdì sera, nel retropalco della Corte dopo il successo di Misura su misura. Una festa più che giustificata, perché questo spettacolo è apparso fra i più belli, più completi, più originali e meglio recitati di quanti ne siano stati presentati in questi ultimi anni.
Il pubblico, sempre un po’ sospettoso quando si prevede una serata di tre ore e mezza, è rimasto sveglio fino alla «giostra» finale e questo è stato un dato significativo e confortante. Ma al di là dei contenuti del testo, vale la pena elogiare alcuni protagonisti che hanno dato nobiltà allo spettacolo: a cominciare dal regista Marco Sciaccaluga che è riuscito a far capire che per Shakespeare la vita è sempre anche un gioco, un gioco che spesso diventa beffardo. E quella «gabbia» che ha raccolto i personaggi per tre re, diventata nel finale improvvisamente una giostra, è stato uno dei momenti più alti, teatralmente parlando.
Così come aver scelto quegli «stacchi musicali» di Tom Waits ad accompagnare i momenti particolari (nel finale il coup de theatre è apparso straordinario) è stato un’altra scelta di altissima classe realizzativa. E poi le scene (firmate da Jean Marc Stehlé e da Catherine Rankl) a rappresentare un mondo quasi fosse un labirinto. Qualcuno diceva che sembrava una macchina della tortura e non aveva tutti i torti con i vari personaggi suoi prigionieri. E gli attori e le attrici. Guidati dall’Eros Pagni che a 71 anni non smette mai di offrire capolavori interpretativi, con una forza scenica, una resistenza, una memoria stupefacenti. Ha detto alla fine: «La distribuzione delle parti è stata al top. Abbiamo cercato di far capire e soprattutto far recepire le mille riflessioni che fanno vivere il testo». Oltre dieci chiamate al proscenio.
Misura su misura è stata definita, una «dark comedy» che si svolge in una Vienna immaginaria (ma potrebbe essere una Roma o una New York) dove «nulla è davvero quello che sembra e nulla sembra quello che è». Attualissima nelle sue pieghe interpretative. La storia è semplice, il Duca di Vienna finge di partire per un lungo viaggio, lascia al suo posto di potere il braccio destro Angelo, si aggira vestito da frate in mezzo al suo popolo per controllarne il comportamento. E naturalmente scattano tutti i temi cari a Shakespeare, temi dell’ambiguità e dell’incertezza: lussuria, devozione, vizi e virtù, altruismo ed egoismo, pietà e rabbia, politica ed etica, giustizia e compassione. Un sentimento contrapposto all’altro. Qualcuno ha anche definito questo testo «la tragicommedia della giustizia». Travestimenti, corruzione, verginità insidiata, potere e redenzione. Tutti temi di una incredibile attualità.
Ma si diceva dei protagonisti, accanto a Pagni: quel Gianluca Gobbi (Angelo) cresciuto di anno in anno e diventato ormai attore di gran spessore e di istrionico istinto. Sarà lui uno dei futuri «pilastri» dello Stabile, come lo furono in passato i Pagni, i Lionello, gli Antonutti, i Milli. E ancora Roberto Serpi (Lucio) che ha dominato in un certo senso la seconda parte dell’opera quando da grande tragedia politico-religiosa, si è tramutata in un dramma d’intrigo. E tre donne: Alice Arcuri in primo piano in una «Isabella» difficile, complicata, sofferta, esplosiva, intensa con mille sentimenti in subbuglio. Prestazione di lusso.
Un pubblico «sveglio» si diceva. Numeroso, plaudente, anche stranamente elegante. Visto che si trattava di una «dark comedy», ecco che Roberta Pinotti si adeguava, e appariva in un abito nero, scollatura abissale, calze a rete, accavallo sontuoso. Accanto a lei Fernanda Contri (le battute sulla giustizia le ha seguite attentamente), e ancora Sergio Cofferati che teneva più ai chiacchiericci con Stefano Zara che alla verginità di Isabella. La cultura aveva come ospiti, Ranieri, Buonaccorsi, Silvio Ferrari, Nicolò Scialfa, Palestrini. C’era pure Maurizio Lastrico, il cabarettista amico di Dante Alighieri («Sono venuto perché un po’ di Shakespeare non fa male, visto che sempre Dante... poi ti sbattono via...») e fidanzato di quella eccellente interprete che è Irene Villa.
Uscendo tutti contenti, ma con un dubbio: Isabella, sposerà davvero il Duca? O sarà anche lei l’eterno esempio di straordinaria contraddizione? Spiegava uno spettatore: «Oggi, se il Duca fosse un alto politico o un grande dirigente Rai, Isabella non ci penserebbe un minuto...».