Uno Shakespeare raffinato che sembra Cukor

Enrico Groppali

da Verona

A differenza di Stéphane Braunschweig, che del Mercante di Venezia si limitò a sottolineare il consumismo o di Ronconi che precipitò tra serenate e mandolini, Luca De Fusco confortato dalla bella versione di Masolino D'Amico oggi al Teatro Romano di Verona sceglie la via delle subdole allusioni a un mondo che cambia ma solo nei presupposti. A cominciare dal consesso dei maggiorenti che apre questa tragedia singolarmente scambiata per una commedia per via di un abilissimo quanto apparente happy end. Dove l'innamorato Lorenzo come il dissipatore Bassanio per non parlare del malinconico Antonio si danno appuntamento in sauna. Il luogo asettico per eccellenza deputato a virili conversazioni dove si discute di business e non di progressivi slittamenti al piacere dato che qui, assai meglio che a Rialto, la solidità del Capitale è assicurata dal silenzio ovattato e a nessun orecchio indiscreto è consentito penetrare nell'arcano delle confabulazioni e dei traffici. Né l'atmosfera muta quando, dal Canal Grande, l'azione si sposta al regno ariostesco di Belmonte dove la moderna maga Alcina di Gaia Aprea si fa massaggiare dalla fantesca Nunzia Greco.
Siamo ai primi passi della più originale rivisitazione che si possa immaginare. Mai dominata dal piacere del fraintendimento ma, semmai, dalla precisa volontà di esplorare tra le pieghe di un copione vittima di capricci da Corte d'amore, l'atroce substrato che detta alcune tra le pagine più sublimi del Bardo. Che, nel Mercante, gioca ambiguamente fin dal titolo. Alludendo beffardo sia al miserabile tornaconto di Shylock l'ebreo, giustamente sottolineato da Eros Pagni nel gioco ripetitivo di una maschera uguale a se stessa, che al miserabile tornaconto del cristiano Antonio. Il quale, infelicemente innamorato di quel Bassanio che gli si nega, vuole ingannarsi interpretando un ruolo da mecenate che non si addice alla sua tracotanza di uomo di mondo terrorizzato dalla morte. Non un contrasto ma una sotterranea identità di intenti magistralmente esemplata dalla regia, non fosse (è l' unico neo) disattesa da un interprete incongruo come il legnoso Sebastiano Tringali. Per fortuna, l'idea di trasporre il luogo delle agnizioni nel raffinato contesto di una «sophisticated comedy» degna di Cukor con l'aitante Max Malatesta truccato da erede della lobby di Onassis e lo spavaldo Piergiorgio Fasolo accoppiato a un'ebrea abbigliata come Maria Montez nelle Mille e una notte ci trasporta, complice un pianista in sparato bianco, nel gran finale intriso di languido pessimismo di un copione fin troppo simile al vento che squassa il Sogno di una notte d'estate di alcuni amanti destinati a lasciarsi.