Shakespeare si rifugia in Calabria

Il regista La Ruina e la sua Compagnia Scena Verticale portano «Kitsch Hamlet» sul palco del Teatro Libero

Matteo Failla

L’attualizzazione dei testi «sacri» del teatro è un’operazione che drammaturghi e registi compiono quasi quotidianamente, è un inevitabile processo al quale è impossibile rinunciare: si mantiene integro il contenuto ma si agisce sulla forma teatrale o letteraria.
Tali sperimentazioni possono avvenire in maniera più o meno drastica, più o meno mascherata, ma nel caso di Kitsch Hamlet - in scena al Teatro Libero - affiora già dal titolo l’intento primario del regista e drammaturgo Saverio La Ruina: sovvertire e riproporre un Amleto in chiave moderna e provocatoria. O meglio, contrapporre la piattezza della generazione odierna con la profondità dell’Amleto.
Gli attori della Compagnia Scena Verticale, capitanati dal fondatore La Ruina, presentano un Amleto rinchiuso in una stanza che ha tre fratelli, «eroi» mediocri, ordinari e squallidi, serviti e riveriti da una madre morbosamente dedita alla famiglia: Ofelia, cui viene concesso il diritto di esistere nella sola follia. Ma ciò che più colpisce è il contesto: case popolari, degradate e pervase da sottocultura di massa, che sorgono nella provincia ormai massificata, modellata su valori e luoghi comuni.
Già dal titolo si percepisce un messaggio provocatorio che investe scenografia e sceneggiatura.
La storia è ambientata in Calabria, terra che contiene al suo interno una varietà eterogenea di elementi costretti a convivere – spiega Saverio La Ruina -, e se pensiamo all’architettura non possiamo non notare come, dagli anni ‘70 in poi, si sia costruito mischiando vecchio e nuovo, con un risultato disomogeneo: da qui è nato lo spunto kitsch della scenografia degradata dello spettacolo. Ma in parte è kitsch anche la sceneggiatura, che porta in scena una generazione senza valori né ideali.
Cosa rimane dell’ «Amleto» di Shakespeare?
«Come personaggi rimangono Ofelia ed Amleto, che tuttavia sono profondamente diversi dall’originale: il messaggio shakesperiano è proprio rappresentato dall’assenza dalla scena di Amleto, che vive chiuso in una camera dell’appartamento, senza mai mostrarsi. Rispetto all’Amleto di Shakespeare c’è invece l’aggiunta dei tre fratelli, che bivaccano sul divano vestiti all’ultima moda in una casa degradata. Immersi in questo forte contrasto si dilettano a guardare i peggiori programmi televisivi, ripetendo i più beceri comportamenti che vedono in tv».
Ma perché prendere spunto proprio dall’«Amleto» per rappresentare questa nuova generazione senza valori?
«Il testo shakespeariano porta in scena personaggi “enormi”, anche quelli negativi hanno una profondità di pensiero che lascia spiazzati. In Kitsch Hamlet invece ci troviamo di fronte ad un un totale appiattimento del pensiero; i tre fratelli sono di una mediocrità disarmante, il peggio di ciò che può offrire la società moderna, attaccati ai telefonini e ai miti televisivi, mentre Amleto è rinchiuso in una stanza e si rifiuta di comunicare. L’attesa della sua uscita crea una grande tensione. In questo modo abbiamo generato un profondo contrasto proprio tra la profondità dell’Amleto e la bassezza dei valori di questa generazione allo sbando. Ma quando Amleto si deciderà ad uscire dalla stanza molti nodi verranno al pettine».