Gli shakespeariani effetti speciali che Borrelli adora

Ruggero Guarini

Mentre Francesco Saverio Borrelli, avendo accettato l’invito del suo amico Guido Rossi a rilanciare la Questione Morale nel mondo del calcio, si sta presumibilmente preparando a dedicare all’orbe circense le stesse attenzioni giudiziarie rivolte a suo tempo all’orbe politico, non disconviene forse ricordare quelli che secondo i suoi ammiratori sono i quattro momenti più gloriosi della sua vita.
Tre di questi momenti se li ricordano tutti. Il quarto invece se lo ricordano solo quei vecchi fans che ai tempi di Mani pulite, raccolti ogni sera davanti al Palazzo di giustizia di Milano per supplicarlo di farli sognare, manifestarono un interesse amoroso per ogni minimo aspetto del suo comportamento, e in particolare per quegli atti quasi involontari dai quali egli lasciava trapelare le sue più segrete ambizioni.
Il primo di quei tre momenti che tutti ricordano è naturalmente quello del giorno in cui, nel dicembre del 1993, avendo Berlusconi appena dichiarato di essere sul punto di entrare in politica, egli inventò l’avviso di garanzia a futura memoria, invitando a non candidarsi chi potesse eventualmente avere (sottinteso: come il Cavaliere) «degli scheletri nell’armadio».
Il secondo è quello del giorno in cui egli (21 novembre 1994), dopo aver firmato il celebre avviso di garanzia destinato sempre a Berlusconi, comunicò la notizia al suo amico Scalfaro prima di notificarla all’interessato, al quale il provvedimento fu poi notificato mentre come presidente del Consiglio presiedeva a Napoli la Conferenza mondiale sulla criminalità organizzata.
Il terzo è infine il momento di quella mattina di quattro anni fa in cui egli, in una circostanza che allora sembrò che dovesse segnare l’epilogo della sua lotta, all’inaugurazione dell’anno giudiziario di quell’anno (12 gennaio 2002), concluse la sua ultima relazione di procuratore generale di Milano con l’ormai celebre appello con cui esortò gli italiani a «resistere, resistere, resistere, sugli estremi baluardi della questione morale, come su una irrinunciabile linea del Piave».
Ed eccoci a quel quarto momento glorioso che forse non ricorda più nemmeno lui, ma che ha lasciato un segno incancellabile nella nostra memoria di cultori del dettaglio rivelatore. Accadde verso la fine di una delle tante mitiche giornate della storia del crollo della prima Repubblica sotto i colpi del martello giudiziario impugnato dagli eroi del pool di Milano. Ma quella sera, davanti al Palazzo di giustizia di Milano, tutti i telecronisti sembravano attratti soltanto da Antonio Di Pietro, che non avendo ancora gettato la toga alle ortiche, era la vera star di quell’epica stagione. Sicché quando quella sera dal palazzo uscì, dietro Tonino, anche Borrelli, poiché sembrava che le telecamere non se ne fossero accorte, lui, per incoraggiarle a segnalare la sua apparizione, si vide costretto a passare e ripassare pazientemente tre o quattro volte davanti agli obbiettivi, decidendosi a sparire solo quando fu sicuro che avevano inquadrato per qualche istante il simpatico sorriso sfoderato per l’occasione.
Sospettiamo che Shakespeare non esiterebbe a riconoscere in questa scena la stoffa di cui allora erano fatti, e presumibilmente sono fatti ancora oggi, i nobili sogni di quest’uomo che anela da sempre a purificare il Paese.
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