Shalit, cosa c'è dietro l'intesa Israele-Hamas Quell’accordo diabolico che inguaia Abu Mazen

Il doppio colpo di Netanyahu: da un lato riscuote consenso politico e
dall’altro rimette in circolazione pericolosi avversari di Fatah. Resta in cella Barghuti, figura carismatica del partito che fu di Arafat

A Gaza è già festa. E dopo gli spari di esultanza l’altra notte, seguiti all’annuncio dell’imminente scambio di prigionieri, ora è il momento dell’attesa per i familiari dei detenuti, speranzosi che i loro cari siano nella lista concordata da Hamas con Israele. Una lista che la fazione islamico-radicale sbandiera già come un successo, rispetto alle difficoltà del recente passato. Ma che è, allo stesso tempo, una specie di «lotteria» per i familiari dei reclusi. Alcuni sostengono che includa membri di Hamas e della Jihad Islamica; altri credono che i primi a uscire saranno i condannati a pene più pesanti. Chi non ha esitato a festeggiare nel campo profughi di Jabaliya (a nord di Gaza City) è la famiglia al-Beth, certa del ritorno della 25enne Wafa, militante del Fatah. Hamas ha infatti ottenuto la liberazione di tutte le donne incarcerate per aver partecipato all’Intifada. L’altra notte a Jabaliya diecimila persone si sono raccolte intorno alla moschea e hanno dato vita a un corteo guidato da attivisti locali di Hamas e della Jihad, al grido di: «La lotta paga, la Resistenza ha piegato Israele». Mentre a Rafah in centinaia sono confluiti verso casa di Hamed Rantisi, uno dei rapitori di Shalit, rimasto ucciso in quel raid di cinque anni fa.