SHAMMAH «Ho trasformato il mio teatro in un piano bar»

Ambientazione decisamente fuori dall’ordinario per «Sto diventando un uomo» di Claire Dowie

Igor Principe

«Mi sto divertendo». Andrée Ruth Shammah non fa nulla per nascondere l’entusiasmo che pare aver ritrovato integralmente nel suo lavoro. «Non che prima non mi divertissi - aggiunge -, ma quando ti occupi per troppo tempo di teatro come politica culturale, poi non vedi l’ora di avere la mente totalmente libera per dedicarti agli spettacoli. Quel momento è tornato, e mi sta dando tante soddisfazioni».
Il momento coincide con la chiusura del primo passo stagionale per il teatro Franco Parenti, e cioè il percorso teatrale intitolato “L’emozione della complessità - Capire il presente”, di cui stasera va in scena l’ultimo capitolo. Si tratta di Sto diventando un uomo, versione italiana del testo forse più noto della drammaturga inglese Claire Dowie, H to he. In questo caso sul palco non c’è Dowie, come accadde il mese scorso sempre al Franco Parenti, ma Sara Bertelà, protagonista di una prima nazionale.
«Sara è un attrice giovane e sorprendente - dice Shammah, che ovviamente cura la regia -. Non è un testo semplice, perché al centro c’è la verità di una donna che sceglie di rappresentare il suo dolore raccontandosi in modo quasi esasperato, per poi nascondere quello stesso dolore con dei parossismi».
Il nocciolo della questione è nel bisogno di rivendicare se stessi ed essere accettati per ciò che si è. Dowie ha immaginato per la protagonista una metamorfosi kafkiana, espressa da un corpo di donna che pian piano si trasforma in quello di un uomo. Shammah, senza snaturare la sostanza, ha cambiato approccio affidandosi anche all’ambientazione scenica.
«La saletta del nostro piccolo e temporaneo spazio è stata trasformata in un locale inventato dal nulla, con un’identità non precisa ma comunque facilmente indovinabile - spiega -. È l’incrocio apparente di certi luoghi di un tempo: si fa teatro, si consumano bevande, vi si aggirano sigaraie e si proiettano film, che in questo caso è una pellicola di 8 minuti montata ad hoc. C’è una passerella e bizzarre luci come piccole pagode cinesi».
Una rielaborazione giocata sull’ambiguità, funzionale all’aspetto esteriore e interiore della protagonista. «Quando entra in scena è forzatamente donna - prosegue la regista -, tutta ciglia finte e parrucca bionda. Il suo monologo è costituito da una serie di eccitazioni teatrali che richiamano Shakespeare, Brecht, Pasolini. Passi che corrispondono a un sentimento preciso da esprimere in un dato momento, e lungo i quali si compie la sua trasformazione». Quest’ultima sfocia in un estremismo: da sfacciata vamp, Bertelà si ritrova a essere un super macho con sembianze da guerriero urbano.
«Questo lavoro completa il trittico sulle emozioni della complessità - conclude Shammah -, in cui si è parlato di esistenze scorticate dal dolore. Testi importanti, pur se in alcuni passaggi venati della giusta leggerezza, con cui ho inteso rilanciare la forza comunicativa del teatro, strumento essenziale per raccontare il nostro presente. E per ricordare al pubblico che non lo si sta intrattenendo nel suo tempo libero. O almeno, che non si sta facendo solo questo.
Sto diventando un uomo, Teatro Parenti, via Cadolini 19, ore 21.30, info 02-599944700, ingresso 22,50 e 9 euro