SHANGHAI Che cosa passa nella testa del drago cinese

Oggi la megalopoli - 15 milioni di abitanti, un tasso di crescita annuo del 13 per cento - è il luogo migliore per capire la Cina del XXI secolo: un regime autoritario che coniuga socialismo ed economia di mercato

nostro inviato a Shanghai
La prima Fiera del Milionario l’hanno tenuta qui, all’Exhibition Center, il gigantesco complesso in stile imperial-comunista che il governo di Mosca regalò nei primi anni Cinquanta come segno e pegno di fratellanza alla allora amica e alleata Repubblica Popolare di Cina. Costruito interamente in Urss fu poi smontato pezzo per pezzo, torrette, laghetti, balconi panoramici, sale d’esposizione, e pezzo per pezzo rimontato nella sua nuova sede, un po’ come se fosse la diga di Abu Simbel...
Nella Shanghai di allora, città fantasma in cui si stagliavano, lasciati andare in rovina, i segni di una passata opulenza, banche e alberghi come grattacieli, complessi abitativi in stile Novecento, ville patrizie, il colosso sovietico faceva la sua figura, una brutta estetica di potenza che aveva il compito di spiegare come, quanto a grandezza, il comunismo non avesse nulla da imparare da quel capitalismo sconfitto. Nella Shanghai moderna si ritrova sovrastato, circondato e schiacciato da hôtel a cinque stelle e trenta piani, centri commerciali, uffici di multinazionali, in uno scenario alla Blade Runner fatto di sopraelevate che li lambiscono, strade a più corsie che vi corrono intorno, il rumore incessante delle gru che demoliscono e ricostruiscono. Fra quattro anni Shanghai ospiterà l’Expo Universale, fra due ci saranno in Cina le Olimpiadi e che il XXI secolo possa davvero definirsi il «secolo cinese» sono in molti a pensarlo, in primis i diretti interessati. Per tutta una serie di ragioni, il tema interessa anche noi, e non è un caso se a settembre il primo viaggio all’estero del neonato governo italiano sarà proprio in Cina, Shanghai e Pechino come tappe principali sull’agenda politica ed economica. Resta da capire con quale Cina avremo a che fare, che cosa in essa rimanga di un regime che ha segnato il secondo Novecento, oppure di un impero che fu per secoli la Terra di Mezzo, e quindi il centro del mondo.
Da questo punto di vista Shanghai è il luogo migliore per cercare di capire, una città il cui sindaco ha il ruolo e la qualifica di ministro, una città che il presidente Jiang Zemin definì, una volta deciso il rilancio, «la testa del drago cinese» e che viaggia a un tasso di crescita annuo del 13 per cento, una città i cui 15 milioni di abitanti e i 3 milioni di immigrati qualificano come l’emblema stesso delle megalopoli. Nella Piazza del Popolo, lì dove un tempo si tenevano le adunate oceaniche di partito e ora c’è uno dei più bei musei dedicati alla civiltà cinese, un plastico accoglie il visitatore nel vicino Centro urbanistico. Situato al primo piano, lo riempie per intero, il modello in scala di cosa sarà Shanghai entro un decennio, il più grande plastico del mondo per quella che sarà la più grande città del mondo.
Se dalla piazza imbocchi la Fuzhou Road e arrivi al Bund, il lungofiume che negli anni fra le due guerre fu l’epicentro del commercio, della ricchezza e della sregolatezza, troverai al settimo piano di quella che un tempo fu la Charted Bank il Bar Rouge, ritrovo dei chuppies, i cinesi yuppie. Arredato come se fosse una terrazza a mare, con passerelle che corrono sopra la sabbia, la sera consegna davanti a te il panorama di una città in verticale le cui luci si estendono all’infinito. Sullo Huangpu, barche, navi, traghetti, chiatte risalgono verso lo Yangzi o scendono verso il Mar Cinese Orientale. Alle tue spalle, sui muri interni del bar, una scritta luminosa si accende e si spegne. Life it’s Luxury dice, la vita è lusso. Subito sopra, nella calura estiva, sventola debolmente la bandiera rossa a cinque stelle della Repubblica comunista.
Dieci anni fa Shanghai era ancora come mezzo secolo fa, quando l’esercito popolare di Mao riprese definitivamente possesso di quella che era stata, di volta in volta oppure in contemporanea, la città dove era nato il Partito comunista cinese e il «bordello orientale dell’Occidente», il centro operativo di Sun Yat Sen, il padre fondatore della Repubblica di Cina, e la sede finanziaria dei Sassoon, la più potente famiglia inglese di origine ebreo-sefardita del capitalismo di inizio secolo, la culla delle lotte operaie e degli scioperi che André Malraux trasformò in epopea nella Condizione umana, e il paradiso dei café Chantant, dei music-hall, del teatro e del divertimento, il nido di vipere dello spionaggio al tempo della Seconda guerra mondiale, quando Shanghai è occupata dai giapponesi, tedeschi e italiani sono loro alleati, i francesi stanno con il governo di Vichy, gli inglesi finiscono in campo di concentramento, c’è una fresca comunità ebraica fuggita dalla Germania di Hitler, una storica comunità di russi bianchi fuggita dalla Russia di Lenin, i cinesi sono nazionalisti, comunisti, collaborazionisti e grande insomma è, per dirla con Mao, la confusione sotto il cielo.
Riconquistarla, punirla, metterla in quarantena e poi congelarla in fondo fu tutt’uno. Le banche, gli uffici, gli alberghi lungo il Bund furono trasformati in sedi di partito, luoghi di propaganda, residenze della nomenklatura, l’edilizia borghese europea della «concessione francese» e della «concessione internazionale» sventrata internamente e riadattata a edilizia popolare, la città vecchia cinese privata dei suoi luoghi di culto, templi buddisti, chiese cattoliche, sinagoghe, e riconsegnata alla laicità comunista. Svuotata di ogni contaminazione straniera, rallentata nella crescita urbana, Shanghai accettò il nuovo corso con la stessa duttilità con cui per mezzo secolo era stata il cuore tumultuoso di una nazione in ebollizione. Fu anzi così duttile che la «rivoluzione culturale» del 1966, allorché Mao decise di «bombardare il quartier generale» e far rivivere la rivoluzione, partì proprio da qui, e non è un caso che fra i componenti della successiva famigerata «Banda dei Quattro» che la tenne a battesimo, ci fosse una ex attrice della corrotta e convulsa Shanghai prebellica, quella Jiang Qing divenuta poi la quarta moglie del Grande Timoniere... Alla fine degli anni Settanta, lo spazio abitativo medio di ogni shanghainese era di quattro metri quadrati e mezzo. A metà degli anni Ottanta il 60 per cento delle case non aveva servizi igienici...
Di quella architettura urbana, ciò che oggi sopravvive è a malapena il 30 per cento, una sopravvivenza dovuta al fatto che, nell’orgia del nuovo che avanza, il governo cinese si è a un certo punto reso conto che andava distruggendo ciò che per il capitalismo occidentale è ancora un combinato disposto di business e arte, ovvero la memoria storica. Così, al posto delle ruspe sono arrivate le placche commemorative, la salvaguardia del patrimonio, l’ubicazione puntuale, in lingua inglese, di ciò che quelle vestigia hanno rappresentato. L’altro settanta per cento ha, appunto, poco più di dieci anni, la data della rinascita e della scommessa sul futuro, in linea forse con l’idea che «nulla di immobile sfugge agli affamati denti dei secoli», secondo la bella immagine di Victor Segalen, sinologo e poeta.
Eppure, e per certi versi, è sempre un futuro dal cuore antico se la creazione ex novo di Pudong, il quartiere-isola di 500 chilometri quadrati che oggi fronteggia il centro storico di Shanghai dalla sponda orientale dello Huangpu, altro non è che la realizzazione di ciò che Sun Yat Sen aveva sognato negli anni Dieci del Novecento e il governo nazionalista di Chiang Kai-Shek trent’anni dopo. Pudong è un po’ la parte per il tutto: l’albergo più alto del mondo, il Grand Hyatt, che occupa dal cinquantatreesimo all’ottantasettesimo piano della Jinmao Tower, la torre più alta del mondo del World Finance Center, le due sfere rosa della Orient Pearl Tower, terza torre radiotelevisiva del mondo, quattro milioni e mezzo quadrati di uffici, tre ponti autostradali di collegamento, sette tunnel sotto il fiume, il più grande aeroporto intercontinentale della Cina, il treno a levitazione magnetica che va a oltre 400 chilometri all’ora. È grazie a Pudong che l’intera Shanghai sprofonda, ogni anno, di otto millimetri...
A volte gli slogan, le parole d’ordine, valgono più di un’analisi economica, di un saggio di politica. Quelli che vanno di moda a Shanghai sono «restaurare il prestigio del passato», che porta la firma dell’ex sindaco Zhu Rongij, «arricchirsi è glorioso» e «alcuni possono arricchirsi prima di altri», coniati invece dall’ex premier Deng Xiaoping. In essi si racchiude il perché della sfida e l’aspettativa che essa porta con sé. Il «prestigio del passato» è naturalmente un termine ambiguo, visto che, applicato alla città, richiama alla mente una Shanghai nazionale e coloniale che era una specie di mostro della natura: un debole governo centrale, una forte comunità straniera svincolata dalle leggi cinesi nella vita come negli affari, una politica di immigrazione che non prevedeva passaporti... Ma del resto tutto nel nuovo corso cinese è ambiguo e le citazioni di Deng fanno il paio con un Partito comunista in cui dal 2002 la percentuale dei «padroni» iscritti è pari al 30 per cento della categoria, laddove operai e contadini, fino ad allora uniche rappresentanze ammesse della forza produttiva, nonché simboli dell’edificazione della società socialista, non superano il cinque per cento.
Nella realtà, la Cina di oggi è un regime autoritario di destra che coniuga sviluppo economico, modernizzazione e nazionalismo, ovvero un socialismo nazionale con economia di mercato guidata e proprietà privata ammessa, e fra il Piano per la Ricostruzione nazionale che Sun Yat Sen elaborò negli anni Venti del Novecento, allorché chiedeva all’Occidente capitali, scienza e tecnica, offrendo in cambio una Cina come «nuovo mondo», mercato illimitato, e il Messaggio che sessant’anni dopo lancerà Deng alle potenze industrializzate, non c’è molta differenza.
È sulla duttilità di quell’autoritarismo che si gioca la riuscita di una scommessa in cui Shanghai mette la faccia prima e più di ogni altra realtà cinese. Pamela Yatsko, già corrispondente del Far Eastern Economic Review’s e ora autrice di New Shanghai. The Rocky Rebirth of China’s Legendary City (John Wiley & Sons) è scettica di fronte all’idea di una Manhattan orientale, e persino di una Hong Kong sullo Yangpu. L’intervento guidato dello Stato, sostiene, rende possibile costruire una città ex novo e, come nel caso di Shanghai, spostare qualcosa come due milioni di abitanti senza eccessive tensioni sociali, funziona insomma nel suo nucleo duro, ma perché la scommessa vada in porto è necessaria la certezza della legge, la piena libertà dell’informazione economica, la più grande trasparenza e responsabilità nel settore pubblico e privato, un mercato finanziario ben regolato e popolato da buone aziende e forti intermediari, indipendenza artistica e intellettuale, un rapporto di fiducia fra istituzioni e cittadini, un’autonomia decisionale rispetto al potere centrale di Pechino...
«In tutta la Cina ci sono 390 milioni di abbonati ai cellulari, 111 milioni di internauti, 285mila associazioni non governative ufficiali, una disoccupazione urbana dell’11 per cento. Lo scorso anno il numero di dimostrazioni, cortei, manifestazioni, è stato di 87mila, dieci volte più alto rispetto ai primi anni Novanta». Sui divanetti del Glamour Bar, il locale alla moda dove i chuppies celebrano se stessi e la Shanghai che sale, siamo in quattro: io, Fang, freelance e collaboratore del China Daily, Sun, regista underground che mi ha rimorchiato per strada con il nobile obiettivo di far pratica di inglese, Alain, francese e analista finanziario. Dalle grandi finestre la vista sul Bund è impagabile, l’aria condizionata è perfetta, i dry martini gelati al punto giusto, nessuno è in jeans, le ragazze sono tutte mediamente belle e nulla appare più irreale di una discussione su democrazia e libertà.
L’elenco di cui sopra è di Fang, un modo come un altro per farmi capire che le maglie dell’informazione e magari del dissenso sono larghe e che da Tienanmen a oggi molto è cambiato. Sun è più drastica: «Se vuoi trovare dei fermenti intellettuali devi andare a Pechino. Sotto questo profilo Shanghai è una città morta, l’unica forma di arte qui è il karaoke... Democrazia, comunque, è una parola complessa». Alain è più qualunquista: «Perché non andiamo a cena qui di fronte, al Whampoa Club?». E anche questo è Shanghai.