SHANGHAI La signora d’Oriente

Negli anni Trenta e Quaranta l’epopea di una città che oggi si candida al ruolo di nuova Manhattan

nostro inviato a Shanghai
Nella lingua inglese shanghai è un verbo, to shanghai, appunto. In origine stava a indicare i metodi empirici e poco scrupolosi con cui ci si procurava i marinai per i viaggi in Oriente: con la forza, con l’inganno, con l’alcol, con la droga. Ancora adesso si usa per indicare il compimento forzoso di un’azione rischiosa... In cinese shang-hai vuol dire semplicemente «sopra il mare», e nel passaggio di significato fra le due lingue è in fondo racchiuso il suo destino come città. Nel libro che ha dedicato alla sua storia, Shanghai. The Rise and Fall of a Decadent City (Perennial) Stella Dong la definisce così: «Metà orientale, metà occidentale; metà terra, metà acqua, né colonia né appartenente alla madre patria; abitata da cittadini di tutte le nazionalità, ma da nessuna nazione governata, la brutta figlia dell’imperatore era un’anomalia. Strano frutto di un’unione forzata fra Est e Ovest, questa principessa bastarda venne al mondo in virtù di un’avida premessa: il diritto di una nazione di avvelenarne un’altra».
Ora che Shanghai si candida al ruolo di Manhattan d’Oriente, eguale eppure rivale di quella d’Occidente, prossima sede dell’Expo Universale del 2010 e biglietto da visita della Nuova Cina la cui parola d’ordine è «arricchirsi è glorioso», raccontarne il passato non è un esercizio sterile: in fondo bisogna che tutto cambi perché tutto possa restare come prima, e nel corso di un secolo questa città, oltre a essere già morta e risorta un paio di volte, non si è mai accontentata di recitare una sola parte in commedia, tanto più quando in scena andava la tragedia. Culla del capitalismo più sfrenato, sui suoi quaranta chilometri di moli e di banchine c’era posto per 170 navi e per metà di tutto il traffico straniero verso la Cina, eppure è proprio qui, nel cuore di Xintiandi, il «nuovo cuore, nuovo cielo» della antica «concessione francese», il quartiere restaurato nelle sue shikùmén in pietra e consacrato allo shopping di lusso, ai ristoranti chic, che il 23 luglio del 1921 venne fondato il Partito comunista cinese, reazione alla dominazione straniera e nuovo soggetto politico di una Repubblica nata da poco, ma già in preda alle convulsioni, sei presidenti e venti governi in un pugno di anni...
Nel museo di Xintiandi che celebra questa data, fa bella mostra di sé il modellino della giunca che ospitò sul lago Nanhu i tredici delegati cinesi e i due rappresentanti del Comintern pochi giorni dopo quella storica prima riunione, quando si cominciò a temere un’incursione della polizia internazionale e in fretta e furia i cospiratori fecero fagotto. È da Shanghai che quattro anni dopo partirà lo sciopero nazionale che paralizzerà i porti della Cina per sedici mesi e si lascerà dietro una scia di morti, è a Shanghai che André Malraux ambienta La condizione umana, uno dei grandi romanzi del Novecento, l’insurrezione comunista contro i nazionalisti di Chiang Kai-Shek già tradita ancora prima di iniziare, grazie al patto di ferro che lega quest’ultimo al Comintern e quindi alla Russia di Stalin, e subito soffocata nel sangue.
All’alba degli anni Trenta, Shanghai era già tutto questo e molte altre cose ancora. La città che consumava più energia elettrica di qualsiasi altra città europea, Londra e Parigi escluse; la prima linea ferroviaria della Cina; la sede della più grande banca dell’Estremo Oriente; quattro milioni di abitanti, di cui centomila stranieri... Divisa, come la Gallia di Cesare, in tre parti, la Concessione francese, la Concessione internazionale, la Città cinese, ospitava mille scuole e venti università, trenta quotidiani, tra cui il North China Daily News, il Journal de Shanghai, il Mainichi, la Lega degli scrittori di sinistra. È su questo sfondo che nascono le opere di romanzieri come Ba Jin, Mao Du, Xiaio Hong.
Secondo un’indagine internazionale dell’epoca, se a Berlino c’era una prostituta ogni 580 abitanti, e a Parigi una ogni 481, Shanghai guidava la classifica: una ogni 130, un esercito. Per arrivarci non era necessario il passaporto, e questo spiega perché, dopo la Prima guerra mondiale, la città si riempì di russi bianchi, in fuga dalla Mosca bolscevica, e perché, a metà degli anni Trenta, cominciò a riempirsi di ebrei, in fuga dalla Germania hitleriana. Non erano necessari i documenti, insomma, e ognuno era lasciato a se stesso: o nuotava o affogava. Come dice un personaggio di Hotel Shanghai, il romanzo di Vicki Baum, «nessuno ti chiede perché sei venuto a Shanghai. Si parte dal presupposto che hai qualcosa da nascondere». «Sono venuta a comprarmi un cappello» dice ironicamente Marlene Dietrich in Shanghai Express all’innamorato incauto che quella domanda invece gliela fa. E a chi le chiede il perché del suo nome, Shanghai Lily, replica: «Ci sono voluti molti uomini per farmi chiamare così». I club e i locali notturni avevano come insegna L’Eventail, il Farren, la Balalaika, il Kavkar, La Renaissance, c’era il cinodromo e l’ippodromo, proprio lì dove oggi c’è la Piazza del Popolo, ancora l’altro ieri centro delle adunate oceaniche di partito e oggi centro del capitalismo, grandi magazzini, alberghi di lusso... si ballava nel giardino d’estate del Majestic.
«È stato qui che ho sentito suonare la prima volta Tea for Two di Vincent Youman» ricorderà anni dopo una Wallis Simpson già duchessa di Windsor: «La combinazione di quella melodia, la luce della luna, il profumo del gelsomino, l’illusione da Shangri-la di quel giardino mi fecero sentire nel Regno celeste. Non ho dubbi, la vita a Shanghai era bella, molto bella, forse troppo bella per una donna». Eppure, sarebbe bastato spostarsi un po’ verso il porto, o nella città vecchia, o magari, e più semplicemente, nella più vicina oscurità, perché venisse alla luce l’altra Shanghai, droga e gioco d’azzardo, bande criminali e signori della guerra, miseria, povertà e paura, cadaveri buttati nello Huangpu o lasciati stesi nei vicoli: per uno sgarro, una ritorsione, un avvertimento, un regolamento di conti...
All’inizio degli anni Quaranta, Shanghai si ritrovò come una piccola Roma in attesa dei barbari... Per la verità i barbari, cioè i giapponesi, erano già arrivati qualche anno prima, con lo scoppio della guerra cino-giapponese e la successiva occupazione della città. Ma era comunque una situazione di stallo, anomala, i cinesi sotto i giapponesi, ma i giapponesi non sopra gli europei delle «concessioni»... Allo Shanghai Club, di cui oggi esiste ancora l’imponente struttura esterna, ufficiali e uomini d’affari del Sol Levante sono stati sì ammessi, ma le regole, le gerarchie, sono ancora quelle fatte dagli anglosassoni. I posti a quello che è il bancone da bar più lungo del mondo, 32 metri, il bancone dal quale, come dirà Nöel Coward, poggiando l’orecchio, si può avvertire la curvatura terrestre, vedono sempre i soci anziani sul lato finale, con i suoi finestroni sul Bund, e poi via via a scalare, fino al lato opposto degli ultimi arrivati... Dopo Pearl Harbor non sarà più così, ma quello che per Shanghai segnerà l’inizio della fine è tuttavia un vero e proprio fuoco d’artificio.
In Secret War in Shanghai (Profile) Bernard Wasserstein ne ha tracciato un ritratto esemplare, tradimento, sovversione e collaborazione, agenti segreti doppi, tripli, quadrupli, avventurieri e poveri cristi, finte contesse, finte principesse, veri psicopatici... Tutti che spiavano tutti, tutti che tradivano tutti, in primis i loro stessi amici e alleati... Gli inglesi per la verità non ci fanno una gran figura, perché dal libro vien fuori che uomini d’affari e autorità locali britanniche in realtà collaborarono a lungo e intensamente con il nemico, furono utili al suo sforzo bellico. Per quarant’anni della sua storia quella Shanghai si era sentita come uno Stato a sé, il cui non essere formalmente una colonia consentiva di fatto una maggiore autonomia. Con i giapponesi in casa, il portafoglio ebbe la meglio sul patriottismo. Il che non bastò a evitare l’internamento nei campi...
Il resto è storia d’oggi, o meglio, di ieri, perché dal dopoguerra, e per un buon quarantennio, Shanghai si impegnò a far dimenticare quello che era stata e anche quando, al tempo della Rivoluzione Culturale, tornò alla ribalta grazie alla Banda dei Quattro badò a farlo senza eccedere, quasi in punta di piedi, come a far credere che sogni di grandezza e di potenza non ne accarezzava più, che la lezione le era bastata. Quello che sta avvenendo ora è un’altra storia, e l’abbiamo già raccontata.

Con questo articolo si conclude il reportage di Stenio Solinas da Shanghai. I precedenti articoli sono stati pubblicati il 7 e il 10 agosto.