Shaq porta i suoi 150 chili in casa di Mike D’Antoni

Accordo fatto. Il tecnico ex Milano: dobbiamo arrivare davanti

Domenica scorsa, Shaquille O’Neal era al Super Bowl, a Phoenix. Non fisicamente, ma sotto forma di un esilarante spot pubblicitario in cui, a quanto pare senza controfigura («sono cresciuto nel Texas, lì certe cose si imparano presto»), lui, 2.18 e 150 chili, faceva il... fantino. Ieri poi, mentre decine di migliaia di persone lasciavano la città e il povero cavallo veniva inviato ad un lungo periodo di riposo, Shaq a Phoenix ci arrivava davvero, per sottoporsi alle visite mediche che mentre in Italia era notte potrebbero avere certificato il suo passaggio dai Miami Heat ai Suns (in cambio di Shawn Marion e Marcus Banks) come uomo che può dare una sterzata alla stagione di una squadra spettacolare ma che ha fallito l’approdo alla finale negli ultimi tre anni per motivi che in realtà hanno avuto solo parzialmente a che fare con l’assenza di un centro grande e grosso.

O’Neal compirà 36 anni il prossimo 6 marzo e dal 26 dicembre ad oggi ha giocato solo quattro partite a causa di un problema all’anca, per cui è chiaro che le visite mediche contino molto. Ma quel che colpisce di questa operazione di mercato è che, nonostante la statura e il nome di Shaq, non c’è unanimità sulla saggezza della decisione dei Suns, presa certamente da Steve Kerr, l’ex giocatore dei Bulls, dopo settimane in cui sia Kerr sia il proprietario Robert Sarver avevano ribadito che la squadra sarebbe rimasta intatta. I dubbi sono di vario genere, tecnico ed economico: Phoenix gioca un basket rapido, ha un quintetto di giocatori (Steve Nash, Raja Bell, Grant Hill o Boris Diaw, Shawn Marion e Amare Stoudemire) in grado tutti di percorrere il campo a falcate e contribuire con la loro fluidità a un gioco tra i più piacevoli della Nba.

O’Neal, come fisico, lentezza e macchinosità, ora che ha un migliaio di partite sulle spalle, non c’entra nulla con i Suns della versione D’Antoni, a meno che la scelta non sia stata un sottile messaggio di Kerr al suo coach di adattarsi perché così non si poteva proseguire: non che Phoenix vada male, ma i confronti diretti con le altre grandi della Western Conference davano un bilancio negativo prima della sfida della notte scorsa in casa contro New Orleans. «E non ci credo che il fattore campo nei playoff non conta - aveva detto D’Antoni al Giornale proprio prima di un Suns-Spurs perso deludentemente in casa la settimana scorsa -. Anzi, bisogna arrivare davanti a tutte, non solo a San Antonio».

Occhio: lo scorso anno non se l’era cavata male Kurt Thomas, non molto più veloce di Shaq, ma Thomas era comunque un giocatore che in attacco non chiedeva né aveva diritto alla palla, mentre O’Neal difficilmente può rinunciare ai suoi 8-9 tiri a partita. Come, però? Uno dei punti di forza dei Suns è il gioco a due tra Nash e Stoudemire, ma ora questi avrà spazio, se c’è Shaq, tra l’altro suo idolo da sempre? E se Shaq non c’è perché non può correre come il resto della squadra, che senso ha prenderlo, a meno che non gli si voglia far ricoprire solo il ruolo di rimbalzista (ma ne sta prendendo meno di Marion, uno dei giocatori più versatili della Nba) e difensore per i pochi minuti in cui dovrebbe dare il suo massimo? C’è poi anche un problema economico: i Suns infatti avrebbero sotto contratto O’Neal fino al 2010, a 20 milioni di dollari l’anno, mentre Marion ne prenderebbe 17.2 nel 2008-09 ma solo se decidesse di attivare la clausola per restare. Ciò vuol dire che prendere Shaq costituirebbe un impegno economico maggiore a lungo tempo che può essere giustificato solo con l’arrivo di un titolo Nba.