Sharon: «Israele non accetterà un Iran con l’arma atomica»

Il premier conta però sulla mediazione delle grandi potenze. Non ci sarà alcun ritiro unilaterale in Cisgiordania

R.A. Segre

Uno Sharon duro, ma trasudante fiducia e soddisfazione per l’adesione di Peres (amico da sempre e uomo dalle ampie vedute) al suo partito e per il sostegno avuto il giorno precedente da 70 sindaci riuniti nella sua residenza, ha affrontato ieri mattina la stampa nell’annuale conferenza coi direttori dei giornali. Non ha tenuto discorsi, ma si è limitato a rispondere alle domande col linguaggio semplice del contadino e duro del militare. Ha spiegato la sua uscita dal Likud dicendo di aver «sempre anteposto gli interessi del Paese a quelli del partito» e di non poter più sprecare energia in lotte personali. Se il Likud poi accetterà il programma del suo nuovo partito, nulla gli impedirà di entrare in una coalizione di governo. Ma senza patteggiamenti. Idem per una partecipazione di ministri arabi.
Passando all’argomento Iran, Sharon ha detto che «Israele non può accettare che sviluppi un’arma atomica» anche perché ciò rappresenterebbe un pericolo più per i suoi vicini che per Israele stesso, che non intende tra l’altro trasformarsi nella «punta di lancia» contro l’Iran, ma conta sull’azione diplomatica delle grandi potenze, lasciando aperte tutte le sue opzioni. Nei confronti della Cisgiordania, Sharon non intende fare altri passi unilaterali come a Gaza, né abbandonare le posizioni che garantiscono la sicurezza del Paese nella Valle del Giordano. Il possesso delle Alture del Golan resta vitale e Sharon non intende in questo momento fare alcuna concessione alla Siria per aiutarla a sottrarsi alle pressioni cui è sottoposta da Francia e Stati Uniti per il rispetto della risoluzione 1559 delle Nazioni Unite sul Libano. L’esercito libanese deve riprendere il controllo della frontiera con Israele mettendo fine alla presenza degli Hezbollah.
All’autorità palestinese, con cui «il mio ufficio è in contatto giornaliero», Sharon ha inviato un duro avvertimento: se non verrà data agli «osservatori a distanza» israeliani del valico palestinese con l’Egitto di Rafah piena libertà di osservazione sui passaggi di frontiera, Israele trasferirà ai suoi valichi di Gaza il controllo delle merci e delle persone palestinesi in entrata. Tutto ciò rappresenterebbe una dura ritorsione economica verso i palestinesi e che potrebbe far perdere ai suoi esportatori agricoli milioni di dollari. Anche nei confronti dell’Egitto Israele non farà più distinzioni fra contrabbandieri che attraversano la frontiera nel deserto e trasportatori di armi: agirà contro tutti nella stessa maniera. La politica di Sharon resta comunque basata sul rispetto degli impegni presi nel quadro della Road Map, ispirata alla sicurezza di Israele «di cui solo Israele resta giudice».
Sulla politica interna il premier è stato molto vago, giustificandosi col fatto che il suo partito ha solo dieci giorni di vita. Si è limitato a lodare la politica economica condotta da Netanyahu, che intende proseguire promettendo una maggiore attenzione alle classi meno abbienti, senza però allargare i cordoni della borsa. Interrogato sul figlio Omri, membro del Parlamento ma colpito da una sentenza del tribunale per malversazione, si è detto certo che «saprà comportarsi nel rispetto della legge». Rivolgendosi ai giornalisti ha detto di «non aver pianto quando lo attaccavano crudelmente e di non aver intenzione di farlo in futuro», tutto ciò che chiede loro è che facciano il loro mestiere dicendo la verità. Quanto ai suoi progetti personali, a febbraio, quando ci saranno le elezioni che intende vincere, compirà 78 anni, l’età giusta per ricominciare e correre in «avanti» (Avanti, “Kadima”, è il nome del suo nuovo partito) verso le elezioni successive.