«Sharon può farcela, ma non sarà più lui»

Il leader dei coloni: «Di lui voglio ricordare le idee che ci univano»

Nostro inviato a Gerusalemme

L'ultima risonanza magnetica condotta sul martoriato cervello di Ariel Sharon mostra qualche lieve, pallido miglioramento, dicono i medici che lo hanno in cura all'ospedale Hadassah. Ma aggiungono qualcosa di nuovo: «Le chance di sopravvivenza sono molto alte, ma ha subito gravi danni cerebrali». «Condizioni critiche ma stabili», la formula di rito cui ricorre il direttore dell'ospedale, Shlomo Mor-Yosef, che si dice «umanamente ottimista, anche se non posso dire che il primo ministro sia fuori pericolo...»
Per tracciare un quadro più accurato delle sue condizioni generali bisognerebbe far uscire il paziente dal coma in cui è stato «parcheggiato», per così dire, per dar tempo al cervello provato da due devastanti emorragie di riposare. L'operazione di «ritorno» alla coscienza potrebbe essere tentata stamani, domenica, e solo allora, ribadisce Mor-Yosef, si potrà delineare un bilancio. Ma non c'è barba di medico, in tutta Israele, che non si dica convinto del fatto che Sharon, quand'anche dovesse per miracolo sopravvivere ai due insulti consecutivi patiti, non potrà mai più essere quello di prima. Tampoco guidare un governo.
Dopo la preghiera sono in tanti ad arrivare all’ospedale, tra le mani hanno fiori, messaggi, disegni di bambini. Il Paese intero prega perché Sharon guarisca e possa riprendere il suo posto in quello che è uno dei momenti cruciali della vita di Israele, alla vigilia di elezioni dal cui esito dipenderà il futuro del processo di pace in tutto il medio oriente. Con Sharon alla guida della nazione (posto che il suo partito, Kadima, fosse riuscito ad agguantare la maggioranza relativa alle elezioni di marzo, cosa che i sondaggi davano per certo fino a pochi giorni fa) quel processo avrebbe certamente fatto nuovi passi avanti. Ora, temono gli israeliani (anche quelli che hanno avversato la decisione di Sharon di abbandonare la striscia di Gaza) l'incertezza sul futuro tornerà ad essere la loro compagna di strada. Perfino Benzi Libermann, capo del Consiglio dei Coloni e nemico storico del primo ministro, rimpiange la virtuale uscita di scena di Sharon. «Lui porterà la responsabilità storica - dice Libermann - di aver cancellato il nostro sogno di un Grande Israele biblico, e di aver scacciato nel modo che sappiamo i coloni da Gaza. Ma in questo momento mi piace ricordare un altro Sharon. Quello che andava di collina in collina incoraggiando gli insediamenti. Ecco, oggi voglio ricordare le idee che ci univano, non quelle che ci hanno diviso».
Felix Umansky, uno dei neurochirurghi che hanno operato il primo ministro per ridurre la nuova massa emorragica che aveva fatto impennare nuovamente la pressione intracranica è molto prudente. «Ci sono sempre dei danni cerebrali, in casi come questo. Ma per valutarne la portata non c'è altro da fare che attendere. Quando sarà il momento diminuiremo il dosaggio dei farmaci che lo tengono sedato e vedremo come il paziente reagirà».
Dall'America, dall'Egitto arrivano gli auguri, rinnovati, di Bush e di Mubarak, mentre il ministro degli esteri inglese Jack Straw, in visita in Irak, sottolinea la «grande incertezza» che Israele è costretto a fronteggiare e il «preoccupante vuoto» che l'uscita di scena di Sharon lascia nel panorama mediorientale.
L'uscita di scena di Arik Sharon, per ironia del destino, avviene alla vigilia di due scadenze cruciali: perché le elezioni palestinesi, in programma per il 25 gennaio, sono altrettanto cruciali di quelle per il rinnovo della Knesset, previste per marzo. Dal carcere israeliano in cui sconta l'ergastolo, ieri ha fatto sentire la sua voce Marwan Barghouti, uno dei leader di Al Fatah, fazione dominante all'interno dell'Autorità palestinese. Barghouti chiede che le condizioni di salute di Sharon non vengano prese a pretesto per rimandare le elezioni nei Territori. Non accadrà, par di capire, anche se Shimon Peres e Ehud Olmert, che ieri si sono incontrati per cominciare a delineare il «dopo Sharon» non hanno discusso l'argomento.