Sharon spara su Hamas per colpire Netanyahu

Il Likud decide se anticipare le primarie e liquidare il premier. Ma per i sondaggi nessuno può batterlo

da Gaza

Se Bibì si fosse messo d'accordo con Hamas non avrebbe scelto un momento migliore. Quei trenta missili Qassam piovuti su Sderot e sui kibbutz israeliani sembrano la materializzazione del suo discorso di addio alla governo di Sharon. Quel giorno tuonando contro il premier e il ritiro da Gaza, l'ex ministro delle finanze Benjamin Netanyahu preannunciò la trasformazione della Striscia in un covo del terrore. La sua profezia, per chi ci crede, sembra avverarsi alla vigilia della riunione dei tremila rappresentanti del comitato centrale chiamati a decidere tra lui e Ariel Sharon, uno dei padri fondatori del partito. Se, come spera Bibì e come prevedono i sondaggi, il comitato centrale del Likud voterà per anticipare le primarie al prossimo novembre, Arik sarà un premier con un piede nella fossa. Abbandonato dal suo stesso partito, dovrà prepararsi alle dimissioni da primo ministro e affrontare le uniche tre scelte possibili: l'abbandono della politica, la sfida estrema con la corsa alle primarie da sfavorito o l'immediata uscita dal Likud e la formazione di un nuovo gruppo. Ma in attesa della sfida di domani Sharon deve dimostrare di non essere diventato, come sostengono Bibì e i suoi, «un politicante di sinistra», di essere ancora l'Arik di sempre, l'uomo scelto dagli israeliani per difendere la loro sicurezza. Sharon per affondare Bibì e i suoi deve dunque combattere Hamas e i suoi missili con tutte le armi a disposizione. Deve colpire duro e saper, ancora una volta, far male. Come quando fece uccidere lo sceicco Yassin e condannò a morte tutta la dirigenza fondamentalista. Come quando smantellò tutte le cellule operative delle Brigate Ezzedin al Qassam in Cisgiordania. Deve farlo per dimostrare al suo Likud che l'abbandono di Gaza non pregiudica le capacità di difesa d'Israele. Ma deve anche dimostrare d'essere ancora il leader preferito degli israeliani.
Un Sansone che - se messo in minoranza all'interno della casa da lui fondata - non esiterà ad andarsene, facendola crollare sulle spalle dell'esile Bibì. «Ho preso in mano un partito con 19 seggi e ve ne ho dati 40», ha ricordato qualche giorno fa Arik. I sondaggi gli danno ragione e prevedono una sua vittoria anche alla testa di un nuovo gruppo.