Sharon vince la sfida, il Likud è ancora con lui

Gian Micalessin

È stato il successo più silenzioso d’una vita roboante. Una vittoria afferrata al volo domenica voltando le spalle ad un microfono muto. Una vittoria di strettissima misura, conquistata, ieri notte, con uno scarto di appena 80 voti su circa 2.750. Una vittoria favorita da una corsa ai seggi che ha spinto oltre il 91 per cento dei 3.050 membri del comitato centrale del Likud a raggiungere Tel Aviv per deporre il proprio voto nelle urne.
Ma il no all’anticipo delle primarie proposto da Benjamin Netanyahu e dall’estrema destra del partito guidata da Uzi Landau è stata anche la vittoria del buon senso. Un buon senso ritornato a guidar i vertici del Likud dopo la gazzarra d’una notte di accuse e insulti intorno al mistero di quel microfono spentosi misteriosamente davanti alle labbra di Ariel Sharon. Domenica quell’addio silenzioso del capo e del padre del partito alla sala del comitato centrale era sembrato il prologo della disfatta.
Se, come i sondaggi davano per certo, la maggioranza del comitato centrale avesse votato per anticipare le primarie Sharon avrebbe dovuto dimettersi da premier e abbandonare il partito nelle mani del rivale Benjamin Netanyahu. Subito dopo avrebbe dovuto chiedersi se fondare un nuovo partito e continuare a lottare o ritirarsi a vita privata. Invece, inaspettatamente, ha vinto di nuovo. Lui già 77enne ha nuovamente umiliato e ridimensionato il rampante 55enne Bibì, l’estremista Uzi Landau e tutta quella destra pronta ad ogni cosa pur di fargli pagare il ritiro da Gaza e cinque anni di solitaria e indiscussa leadership. Ha sconfitto persino la sorte, quel cieco destino che a poche ore dal voto del comitato centrale ha fatto piovere su Israele quaranta missili Qassam lanciati da quella Striscia di Gaza abbandonata per suo volere. Quei missili sembravano la conferma delle cupe previsioni di Netanyahu, la dimostrazione che abbandonando Gaza si è regalata una vittoria ai fondamentalisti di Hamas padroni ora di un intero territorio da cui minacciare le vite degli israeliani. Ma a ribaltar le sorti e a spazzar via una sconfitta già segnata è arrivato lo shock di quel microfono rotto o sabotato. La vergogna di un partito che si divideva e si accapigliava mentre il suo leader lasciava il campo senza pronunciare una parola è sembrata a molti l’immagine del Likud dopo il benservito al proprio vecchio capo. Un’immagine protrattasi anche durante il voto quando i fedelissimi di Netanyahu e Sharon si sono scambiati reciproche accuse di brogli. Beghe poco confortanti per l’immagine del partito che Netanyahu cercava disperatamente di tener sotto controllo. «Spero – aveva detto dopo aver deposto il voto nell’urna - che ci lasceremo questi dissidi alle spalle e ci muoveremo compatti seguendo la decisione della maggioranza per far proseguire il cammino del Likud». Sharon ha invece sapientemente evitato di confondersi con quella litania di biasimi e recriminazioni. E grazie a quest’inedita miscela di moderazione e autocontrollo, l’ex generale bulldozer s’è conquistato uno dei successi più sudati e imprevisti della propria vita. «Spero - s’era limitato a dire prima del voto - che i membri del comitato centrale votino contro chi rischia di danneggiare seriamente il Likud». E allora il miracolo si è compiuto. Molti dei tremila membri, seppure poco entusiasti di quella scelta, hanno deciso per il minore dei mali e hanno preso la strada delle urne. Lentamente la marea dei votanti si è ingrossata e la massa ha fatto il gioco di Sharon. Fosse stato un voto senza emozioni, un confronto senza colpi di scena, Bibì l’avrebbe spuntata. A votare sarebbero andati solo i più decisi, quelli pronti a tutto pur di far fuori il grande capo accusato di tradimento. Così, invece, si sono mossi anche gli indecisi e la loro stessa incertezza li ha spinti lungo la strada consueta, indicata dal vecchio generale. «Dovete scegliere - c’era scritto nel foglietto rimasto ripiegato nella giacca di Sharon domenica sera – tra un piccolo Likud estremista e d’opposizione o un grande Likud forte e centrale capace di guidare il Paese con ragionevolezza e responsabilità». Parole che domenica lui non ha potuto pronunciare, ma che i delegati ieri hanno compreso benissimo.