Sheba e le divinità indiane alla Galleria Curzi&Gambuzzi

Indiana, ma nata ad Harar, in Etiopia, dove il padre, un ingegnere
dell’esercito indiano, era in missione, Sheba Chhacchi è una delle
figure artistiche più interessanti e più innovative del suo Paese

Milano - Indiana, ma nata ad Harar, in Etiopia, dove il padre, un ingegnere dell’esercito indiano, era in missione, Sheba Chhacchi è una delle figure artistiche più interessanti e più innovative del suo Paese. Bene ha fatto, dunque, la Galleria Paolo Curti/Annamaria Gambuzzi &Co a dedicarle questa personale dal titolo Between Stories (via Pontaccio 19, fino al 26 febbraio: orari,lunedì-venerdì 11-19).

Sheba è infatti un riuscito impasto di modernità e tradizione, tanto nell’uso dei materiali, quanto nella scelta dei temi. Nata come fotografa, con alle spalle una militanza politico-intellettuale femminista, in una nazione dove la condizione della donna è particolarmente difficile (le caste, la dote, la vedovanza, per citare solo tre elementi che ancor più la complicano), l’artista ha nel corso degli anni elaborato una propria espressione artistica che nei Light Boxes, le scatole luminose, e negli Illuminated Books, i libri illuminati, trova la sua ragion d’essere.

Nel caso di quest’ultimi, l’illuminazione può facilmente essere letta nel doppio senso della luce su di essi proiettata e su quella dagli stessi emanata: una sorta di sapienza interna che si rifà al politeismo indu e in genere a ogni esperienza religiosa. Nei primi scorrono senza sosta immagini dall’effetto cinematografico, che riprendono miti e simboli della tradizione. Così, in Locus Time, figure di donne-locuste, osservatrici e insieme sopravvissute, volano sopra l’immagine satellitare della pianura alluvionale del fiume Yamuna, emblema di un disastro ecologico e al tempo stesso meditazione sull’urbanizzazione e l’inquinamento.

Con The Trophy Hunters, il regale sciallo Jamavar fa invece da supporto a immagini di architetture, re e conquistatori, e l’insieme racconta una storia di invasioni e persecuzione. Affiancato a questa rappresentazione ricca nei colori e delicata pur nella spietatezza del soggetto, scivola un testo di riflessione sulla violenza nel Kashmir che ha per filo conduttore la storia del sergente sovietico Kalashnikov, l’inventore del fucile AK47 che porta il suo nome. Negli Illuminated Books, quella che era la scatole luminosa assume la forma di un libro. Nelle due pagine illuminate aperte, da un lato n’immagine tratta dalla tradizione, dall’altro un testo antico e un “film” che scorre raccontando una storia contemporanea. Nella personale c’è anche spazio per un video, the Water Divines, in cui il tema dell’acqua, cruciale nella storia dell’India, ha come protagonista l’elefante – icona radicata di quella cultura - che in questo caso è immerso nell’acqua e ci trasmette una sensazione di eleganza e insieme di fragilità. In ultimo, la serie di Silversap, stampe digitali su carta fotografica, ha per soggetto l’invecchiamento del corpo femminile. Sono foto di grande intensità e fanno parte di un progetto che cerca di recuperare il corpo femminile dai luoghi comuni sociali, di mercato e mediatici.

Grazie alla sua sensibilità e alla collaborazione instaurata fra chi fotografa e chi è fotografato, chi guarda è in grado di entrare in un’intimità che non è mai voyeuristica. Cinquantenne, Sheba ha come obiettivo quello di abbattere i confini fra autore e spettatore, nel nome di una soggettività che abbraccia quella altrui. Il risultato è questo insieme di antico e di moderno, di scrittura e immagine, di movimento e staticità che rende il suo lavoro profondo quanto unico.