Shel Shapiro al Mazda Palace: è l’ultimo dei romantici hippies

«Sono proprio una mina vagante» dice il simbolo della generazione che fece il beat

Antonio Lodetti

È l’ultimo degli hippy («un’etichetta che mi piace perché rivendico la mia coerenza»), romantico ma con una visione lucida e moderna della vita. Shel Shapiro, glorioso leader dei Rokes (gli inglesini dai capelli lunghissimi e le chitarre Gibson a forma di freccia che negli anni Sessanta erano i Rolling Stones di casa nostra) uomo libero nella vita e nella musica («sono una mina vagante», dice di sé) passati i sessant’anni continua a navigare da vecchio pirata nelle acque tempestose del music business.
Produttore di artisti come Riccardo Cocciante, Ornella Vanoni, Gianni Morandi, autore per Patty Pravo e Mina, direttore artistico del Festival di Recanati, non dimentica il passato ma guarda al futuro con il nuovo singolo Siamo stanchi, anticipazione del suo prossimo album in uscita l’anno prossimo. «È una canzone di protesta - ha detto Shel - contro la decadenza culturale di quest’epoca dominata dalla televisione e dall’effimero».
In piena forma, altissimo e segaligno come ai bei tempi, capelli lunghissimi e un po’ ingrigiti, sguardo ieratico e sornione e abiti eccentrici d’ordinanza Shel è un simbolo del beat che si è liberato dagli stereotipi degli anni Sessanta e dalla tentazione di vivere di rendita.
«Non ho mai seguito la moda, piuttosto ho fatto tendenza», è il suo motto, un motto cui terrà fede anche stasera, al Mazda Palace, dove tiene un concerto per la Festa dell’Unità. Ne è passato di tempo da quel 1965 in cui i Rokes inaugurarono il mitico Piper di Alberigo Crocetta («Crocetta avrebbe voluto inaugurare il Piper nel dicembre ’64 ma ha rimandato l’apertura perché noi eravamo in tournée») e fecero la storia attraverso inni come Bisogna saper perdere o Che colpa abbiamo noi, elaborazione italiana della ballata country Cheryl’s Going Home; eppure Shel è ancora lì a raccontarsi in musica, a cantare la sua visione della vita «perché odio i revival e i programmi nostalgici dove son tutti lì con il fazzoletto in mano».
Finiti i Rokes (vere rockstar degli anni Sessanta) Shel non ha mai smesso di comporre e suonare. «Ricordo quegli anni con tenerezza; avevamo vent’anni ed eravamo una comunità di ragazzi che sognavano di cambiare il mondo con il rock. Poi il mondo cambia e bisogna adeguarsi senza rinnegare nulla. Bisogna guardare avanti, ma senza dimenticare lo spirito che ci animava da giovani». Negli anni Ottanta la sua Per amore della musica, amaro racconto di vita on the road, è diventato un brano di culto. Tre anni fa ha pubblicato Shel, un album dai suoni attuali con brani nuovi come Cry of the Lion, la rilettura, per la prima volta in Italia, di Cheryl’s Going Home e classici come Bisogna saper perdere e Che colpa abbiamo noi stravolti con la complicità di Lucio Dalla e il rapper Frankie Hi-Energy.
Si annuncia quindi un concerto senza tempo e all’insegna delle buone vibrazioni; Shel spazierà a tutto campo nel suo repertorio, riarrangiando e improvvisando nuove versioni di classici come Piangi con me, È la pioggia che va, Lascia l’ultimo ballo per me, Cercate di abbracciare tutto il mondo come noi, fino ad arrivare alle canzoni più recenti, passando naturalmente per Siamo stanchi, il suo ultimo fiore all’occhiello. Da consumato animale da palcoscenico, tirerà fuori dal suo cappello magico anche qualche sorpresa a base di cover celebri rivisitate alla sua maniera.
Al suo fianco una band aggressiva e rockeggiante formata da Daniele Ivaldi e Luigi Mittola alle chitarre, Marco Morini alle tastiere, Gianni Serino al basso, Alfredo Vandresi alla batteria, Elena Trastulli alla seconda voce e alle percussioni.