Shel Shapiro: "Il mio ’68? Tanto beat senza politica"

L’ex leader dei Rokes in scena da martedì al Ciak di Milano con "Sarà una bella società". Uscito anche il nuovo album "Acoustic Circus"

Milano - Il ’68 io lo definisco l’anarchia dell’innocenza, senza colore politico, perché l’innocenza non ha colore», parola di Shel Shapiro, il guru 64enne che dall’Inghilterra - con i Rokes - ha fatto volare alto il beat in Italia. È arrivato nel ’63, poi ha inaugurato il Piper, portando i ritmi del rock e cambiando la moda e il costume (capelli lunghissimi, abiti neri postmod, le famose chitarre Eko a freccia). Oggi, né reduce né pentito, incrocio tra Corto Maltese e un hippie «con qualche cromosoma di pirateria di Sua Maestà Britannica», presenta il cd dal vivo Acoustic Circus (registrazione di un concerto modenese con i suoi successi e cover come Losing My Religion dei Rem, Elanor Rigby dei Beatles e la versione italiana della dylaniana Masters Of War con Fabio Treves all’armonica) e lo show musicalteatrale Sarà una bella società - scritto con Edmondo Berselli - in scena da martedì al Teatro Ciak di Milano e poi in tournée. Attraverso monologhi e canzoni - che al debutto al Mittelfest, tutto il pubblico ha accompagnato in coro - Shel racconta la vera storia della sua generazione così mitica e mitizzata. «Racconto i ragazzi che hanno avuto il coraggio di ribellarsi, ma senza etichette. Una battaglia pulita, giovani contro adulti: il motto era “non fidiamoci di chi ha più di 30 anni”. Ricordo che all’epoca i Rokes suonavano sia per l’Msi che per il Pci senza problemi. Era una lotta per la libertà di pensiero, poi l’ideologia ci ha portato chi da una parte chi dall’altra».

E loro, i Rokes, a cantare sogni e speranze con inni come Che colpa abbiamo noi o È la pioggia che va. «Che colpa abbiamo noi è un brano leggero di Bob Lind dal titolo Cheryl’s Going Home (Cirilla torna a casa), noi, con il genio di Mogol, l’abbiamo trasformata in una ballata generazionale, qualcosa che ha segnato la storia ed è ancora attuale adesso parlando dei disordini del G8 o dell’attentato alle Twin Towers». Quindi 38 canzoni, in anticipo sulle celebrazioni sessantottesche, raccontano quel passato così lontano ma la tempo stesso incombente sulla nostra cultura. «Ci sono brani miei, dei Nomadi, dell’Equipe 84, di Dylan, di Springsteen, per narrare come, da quel decennio, si sia arrivati a oggi».

Perdendo però per strada molti di quei sogni e di quelle illusioni. «Che comunque ha cambiato il costume in tutto il mondo. Probabilmente è stata proprio la politica a interrompere questo movimento culturale. In America infatti, dove le tensioni sociali erano meno forti, le cose sono andate meglio. Woodstock non è certo stato un raduno politico, ma un sogno rivoluzionario di libertà tra utopia e buone vibrazioni». Anche «il complice» Berselli, nel suo nuovo libro Storie, sogni e rock’n’roll (acuta analisi di quegli anni e di quei personaggi) scrive: «Mentre ci si cominciava a divertire sul serio, e addirittura si materializzavano due soldi per comprare un disco o una chitarra, com’è che misteriosamente sbucano fuori quelli che cominciano a menartela con la contestazione e Marcuse? Non gli bastava il Pci, no. Forse perché il Pci era fatto da uomini in grisaglia, pettinatissimi, brizzolati».

Insomma in un clima di impegno che comincia a virare al piombo c’è chi è giustamente fiero di essere individualista. Chi rifiuta i boy scout e l’Azione Cattolica ma non vuole neppure saperne di occupazioni e collettivi: «Se non altro per passare mezzo pomeriggio ad ascoltare Shel e gli altri», chiosa Berselli. «Io ero un ragazzino - riprende Shel - arrivato dall’Inghilterra a caccia di buona musica ed arrivato al successo per un colpo di fortuna. Così le canzoni, gli abiti, l’atteggiamento trasgressivo erano il mio modo di esprimermi, di essere contro, di svecchiare la storia. Pensate che sono cresciuto nelle strade di Londra ancora segnate dai bombardamenti della guerra». E di quei tempi oggi cosa è rimasto? «Il messaggio è passato. La società è diversa anche grazie a noi che, in fondo, eravamo solo ragazzini. Il problema è che, forse, non siamo riusciti a trasmettere ai nosti figli quell’energia. Ma i tempi cambieranno, ce n’è bisogno, forse basterebbe spegnere per qualche anno la tv. Però anche lì qualcosa si muove: il successo di Benigni e di Paolini. E poi stiamo per girare il dvd dello show che verrà trasmesso dalla Rai, anche se magari a notte fonda».