SHERLOCK HOLMES

In un libro di Mitch Cullin il celebre detective ha perso il proverbiale fiuto e rimpiange il suo unico amore

da New York
Nella storia dei romanzi gialli, nessun intrigo poliziesco ha mai superato quelli di Sherlock Holmes e del fidato Watson. Neanche le disavventure dei languidi private eyes californiani o quelle dei solitari detective di altri mondi hanno lasciato tanta nostalgia da quando, nel 1927, Sir Arthur Conan Doyle mandò Holmes a far l’apicultore nella tranquilla campagna inglese. Ma forse Doyle si sbagliava: nessun altro è riuscito ad abbandonare il pensionamento e a tornare alla ribalta, nel cinema o nella letteratura, con la puntualità con cui Holmes ha saputo, per ottant’anni, stuzzicare l’immaginario di chi lo legge nei remake letterari, lo vede al cinema o lo ascolta nei programmi radio. Ha fatto capolino persino in un episodio di Guerre stellari e in un film di arti marziali di Jackie Chan, oltre ad aver fatto la comparsa, lo scorso anno, nel romanzo di Michael Cabon The final solution, ambientato durante la Seconda guerra mondiale.
Adesso due nuovi libri l’hanno recuperato dagli alveari del Sussex, per riportarlo tra le braccia dei lettori. E per descriverlo nella sua vecchiaia di uomo solo, bohémien e vittoriano. Incapace di amare. Oppure, come lo aveva definito con un pizzico d’invidia Raymond Chandler, «un personaggio tutto farcito di abitudini, con una dozzina di indimenticabili battute». Oggi, dunque, l’investigatore per antonomasia descritto da Doyle come «la più perfetta e ragionevole macchina pensante che il mondo abbia mai visto», torna nelle librerie americane con due nuovi romanzi.
Il primo, A slight trick of the mind, di Mitch Cullin (Talese/Doubleday), lo mostra in vecchiaia. La Seconda guerra mondiale è finita, Holmes è appena tornato da un lungo viaggio in Giappone, dove ha trovato devastazione e fame. Nella villetta del Sussex, insieme alle api, l’aspetta il quattordicenne Roger, il figlio del guardiano, che lo venera e che, in sua assenza, ha scoperto nel cassetto della scrivania un romanzo che aveva dedicato a una vecchia fiamma. Forse al suo unico amore. Sherlock innamorato? Perché no? Strambo lo è ancora: cammina con due bastoni da passeggio, uno cui appoggiarsi qualora l’altro cadesse, e cerca di risolvere il rebus più difficile: dov’è finita la memoria, quell’infallibile fiuto che non l’ha mai tradito sulla scena del crimine? Così, nel vuoto dei ricordi, nasce anche per lui l’introspezione. «Quando la gente mi guarda - spiega al guardiano della villa - credo che veda un uomo incapace di provare alcuna emozione. Se decido di parlare, solitamente mi butto sull’argomento degli animali...».
Lo Sherlock Holmes di Caleb Carr è sempre vecchio ma molto più attirato - come lo era Conan Doyle - dallo spiritismo e dai fantasmi. Gli eredi dell’autore anni fa gli avevano affidato il compito di scrivere un racconto breve sul detective: ora è uscito il romanzo The Italian secretary (Carroll and Graf Publishers). Il segretario in questione è l’italiano Davide Rizzio, realmente vissuto alla corte della regina Mary di Scozia, ne era stato consigliere e forse amante, tanto che venne ucciso (forse dal consorte) trecento anni prima dell’inizio del romanzo. Nel libro Holmes cerca di risolvere il mistero di quella morte. Ma, a differenza della trama di Cullin, quella di Carr ce lo riporta com’era ai tempi di Doyle: estremamente razionale, nervosamente asessuato e decisamente superstizioso.
Sir Conan Doyle, con questo déjà-vu, con questi nuovi bestseller americani si divertirebbe da morire. Nemmeno lui, dopotutto, era riuscito a eliminare la sua creatura. Ci aveva provato nel 1893, facendolo cadere nelle cascate di svizzere di Reinchenbach avvinghiato al professor Moriarty, il «Napoleone del crimine». «Ho avuto una tale overdose di Holmes da non poterne più», aveva ammesso Doyle, che voleva dedicarsi ai romanzi storici. I lettori erano letteralmente scesi in piazza, alla fine dell’Ottocento: nelle strade di Londra avevano indossato un bracciale nero, in segno di protesta.
Esauriti i pochi risparmi, l’autore aveva dovuto ricredersi e chiedere aiuto al suo Sherlock con la pipa Calabash sempre in bocca. L’aveva riportato nelle librerie con l’indimenticabile Il mastino dei Baskerville, ricorrendo a un trucco: raccontare avvenimenti «che ne avevano preceduto la tragica scomparsa nelle cascate». Poi, nel 1903, resosi conto di aver ancora bisogno di lui, ammise che Holmes effettivamente non era morto nell’incidente di Reichenbach ma che, grazie all’antica arte marziale giapponese Baritsu, in quelle cascate era riuscito ad uccidere Moriarty; poi aveva trascorso una lunga vacanza in Europa e finalmente, tornato a Londra, era pronto a risolvere altri misteri. Altri 31 romanzi si sono quindi aggiunti alla «biblioteca» di Sherlock Holmes prima che Doyle, vecchio e saturo di libri, lo mandasse a vivere con le api.
Ma Holmes, con le sue idiosincrasie, con quell’innato senso della giustizia e la mente così brillante, è sempre tornato a bussare all’immaginazione di altri autori: Nicholas Meyer ha già pubblicato una lunga trilogia paragonando il detective di Baker Street a Freud, a Oscar Wilde e al Fantasma dell’opera. William Baring-Gould ha poi immaginato una teoria: Holmes avrebbe avuto una love story con Irene Adler (apparsa nel romanzo A scandal in Bohemia) e dalla loro unione sarebbe nato un figlio, Nero Wolfe.