Sherwood Anderson tra «fiction» e «factual» Per la letteratura e contro il reportage

A volte per fortuna ritornano. Da molti anni, a parte una ristampa l’anno scorso del bellissimo Le voci del torrente (il Melangolo), in Italia non appariva più nulla di Sherwood Anderson (1876-1941), uno dei grandi maestri della narrazione del Novecento americano. Poi, all’improvviso, stranamente senza neppure l’occasione di qualche anniversario significativo, ecco in pochi mesi arrivare nelle nostre librerie Molti matrimoni (Robin) - un romanzo del 1923 che all’epoca fu rifiutato da diverse librerie inglesi e statunitensi perché sosteneva la tesi del fallimento dell’istituzione della monogamia, ma che fu lodato da Francis Scott Fitzgerald -, la famosissima raccolta di racconti Winesburg, Ohio (Einaudi) e, soprattutto, Il romanzo perduto (Mattioli 1885), un volume uscito da pochi giorni che riunisce cinque scritti d’occasione, tutti in qualche modo a sfondo autobiografico, legati dal tema della scrittura, anzi dei misteri di cui si nutre e degli sforzi che richiede l’arte della scrittura.
Un libro molto interessante, da diversi punti di vista. Primo, perché contiene un racconto inedito in Italia, Il romanzo perduto che dà il titolo al volume, tratto da Death in the Woods, del 1933: breve, tagliente, a suo modo perfetto, che spiega, narrativamente, perché nessuno scrittore comporrà mai un romanzo più bello di quello che può scrivere soltanto nella propria immaginazione, lasciando i fogli in bianco. Poi perché recupera alcune pagine «perdute» assolutamente necessarie per la loro attualità. A esempio, Galateo per conversazioni con scrittori (uscito sullo Smythe County News e poi ripubblicato in Hello Towns! nel 1927), un ironico e dissacrante «manuale» per ben comportarsi nei salotti intellettuali (quanti consigli sono utilissimi ancora oggi!); e, ancora più interessante, il breve saggio Appunti sul realismo, estratto da A Writer’s Conception of Realism, uscito in poche copie nel 1939: un testo ancora molto utile per cercare di capire, in una scena letteraria in cui si distingue con rigore accademico e polemiche giornalistiche tra fiction e factual, la differenza tra vera letteratura e buon giornalismo: «Questa tendenza a confondere la vita dell’immaginazione con quella della realtà - scrive Anderson - è una trappola in cui cade la maggior parte dei nostri critici, e almeno una dozzina di volte all’anno. Ci cascano sempre: “È la vita”, dicono. “Un altro grande artista è stato scoperto”. Nessuno sembra mai rendersi conto del fatto che l’arte è arte. Non è la vita». Tagliando così la testa, una volta per tutte, alla falsa domanda se il romanzo oggi dev’esser quello di «finzione» o quello «di realtà» e se sia meglio il romanzo-romanzo o il romanzo-reportage: «A questo punto - si domanda lo scrittore americano - non sarebbe meglio riconoscere che il realismo significa realtà della vita e sarà sempre una cattiva forma d’arte, per quanto possa ritenersi ottimo giornalismo?».