Sheva:«Fra due mesi torno grande»

nostro inviato a Zurigo

Chissà se Andriy Shevchenko, dopo aver creduto alle sirene, ha mai creduto alle streghe. Dalle sirene inglesi s'è liberato, a fatica, al culmine di due anni tormentati. «Il passato non conta più», continua a ripetere dal giorno in cui rimise piede a Milanello. Dalle streghe si è affrancato giovedì notte e la soddisfazione l'ha ringiovanito, nonostante quel velo di barba incolta. L'incantesimo stava per diventare un incubo per Sheva affamato di gol, di Milan e di sanissima rivincita: aveva sfiorato a San Siro contro lo Zurigo (traversa scheggiata) la piccola festa, una paratona di Julio Cesar nel finale del derby gli aveva negato la grande consolazione, alla fine della prima frazione di Zurigo-Milan s'era ritrovato a un passo dal gong, respinto da un rimpallo scambiato per maledizione. «Ce l'ho fatta, finalmente»: il gesto liberatorio di Andryi Shevchenko, 32 anni, non proprio un debuttante, sotto la curva del tifo rossonero a Zurigo, è di quelli misurati e semplici, patrimonio genetico di chi è solo all’inizio della risalita.
«È stato importante per me e per il Milan», la sua seconda riflessione. Cominciano a vivere lo stesso destino, lui e la squadra lasciata un bel giorno di maggio del 2006, convinto da chissà chi a trasferirsi a Londra, alla ricerca di un'altra vita che stava diventando invece la sua (dorata) prigione. «Perciò sono ogni giorno più riconoscente al presidente Silvio Berlusconi che mi ha riportato a casa e ai tifosi che mi hanno accolto come se non fossi mai andato via», continua a ripetere tra Zurigo e lo scalo di Malpensa senza ignorare quel clima quasi idilliaco scoperto in coppa Uefa, tutta la squadra al suo servizio prima, durante e dopo quel pallonetto al bacio di Ronaldinho trasformato in gol. «Con lui è tutto più facile, anche se è circondato da avversari, in qualunque posizione si trovi, può rifilarti l'assist giusto», ripete riconoscente Shevchenko che non ha segreti da svelare e neanche simpatie da riconquistare dentro lo spogliatoio considerato una sorta di tribunale del popolo. Basta prendere nota della solerzia di Seedorf e Kakà, oltre che del Gaucho, impegnati a servirlo di tutto punto per consentirgli di riscrivere un altro capitolo di una storia lunga 301 partite e 174 centri, che sono poi una valanga di gol.
«Shevchenko si allena come una furia» declama Adriano Galliani. Lo conferma Ancelotti, lo ripete Tassotti, lo sancisce Filippo Galli, l'assistente incaricato di fermarsi a fine allenamento per consentire a Sheva di riguadagnare lo smalto fisico delle stagioni migliori. «A volte facciamo l'esercitazione più faticosa, l'uno contro uno, non mi va via facilmente», rammenta orgoglioso l'esponente dello staff tecnico che ribadisce i lenti miglioramenti di Sheva. «Nella mia carriera mi sono sempre allenato tanto, solo a Londra non ho potuto farlo per i due interventi di ernia e ne ho pagato le conseguenze». Adesso che corre allegro sui prati di Milanello, Adriano Galliani se lo coccola e se lo bacia (sulla fronte) come fosse un figlio.
«Sto recuperando una discreta condizione ma non sono ancora pronto, ci vogliono due mesi pieni per tornare quello di una volta, io so che è possibile, perciò sono tornato», giura Shevchenko che, nel frattempo, evita con cura maniacale ogni riferimento al discusso passato, a Mourinho e al Chelsea rimasto senza Drogba ferito, alla scelta, ormai sepolta, di lasciare Milanello. «In questo momento devo cogliere al volo le occasioni che arrivano, senza fare calcoli né programmi», è la sua nuova filosofia che tiene conto delle ambizioni e delle aspirazioni di giovani talenti emergenti, Pato e Borriello, la concorrenza inattesa lì davanti dove lui può giocare anche da solo, unica punta se assistito dal talento dei suoi sodali più ispirati, Kakà, Ronaldinho, Seedorf. «Decide Ancelotti, qui non c'è bisogno di candidarsi, mi conoscono alla perfezione».
Sta mettendo forza nei muscoli, sta recuperando la fiducia nei suoi mezzi, sta riscuotendo l'ammirazione dei compagni per la furia con cui suda tutti i giorni. Forse non è ancora da Pallone d'oro, di sicuro non è una palla al piede di un Milan ancora troppo incerottato per sentirsi fuori dal tunnel (Jankulovski ha accusato il riacutizzarsi di un vecchio acciacco).