Sheva: «Voglio uscire dal mio inverno»

Franco Ordine

Carissimo Shevchenko, ha sentito del sorteggio per l’Europeo del 2008?
«Naturalmente. E ho avvertito una particolare sensazione. Finire nello stesso girone dell’Italia significa giocare in casa due volte. Qui a Milano, in Italia, non mi considero uno straniero».
Da quando la sua Ucraina si è qualificata per il mondiale, è cambiata la generale considerazione nei confronti del vostro calcio...
«Verissimo. Eppure anche in passato, la mia nazionale non è mai stata un rivale molto tenero, facile da bettere cioè. Ricordo che perdemmo il visto per il mondiale di Giappone e Corea dopo lo spareggio con la Germania di Voeller».
Francia e Italia sono finite nello stesso girone dove si qualificano in due su sette: qual è la graduatoria delle difficoltà stilata da Shevchenko per i suoi connazionali?
«Prima Italia e seconda Francia».
Motivo?
«Semplicissimo: Zidane, Thuram e probabilmente anche Vieira lasceranno la loro nazionale, ci sarà un gran rinnovamento dopo Germania 2006. E sono tre assi che non si possono sostituire facilmente».
Caro Shevchenko, lei è reduce dall’ennesima premiazione, è arrivato fino a Mosca per ritirare una statuetta. Ma era così importante?
«Certo. Per il secondo anno consecutivo, i paesi dell’ex Urss mi hanno assegnato il titolo di miglior calciatore. L’ho considerato un vero privilegio. Ed è stato ancor più bello avere al mio fianco Clarence Seedorf per la premiazione. Forse il dettaglio qualcosa vuol dire».
Vuol dire che tra di voi, a Milanello, è tornata a regnare la serenità. Eppure la Juve è sempre lontana 10 punti...
«Esatto. Dal giorno in cui ci siamo chiusi in una stanza per discutere, tra di noi, dei nostri problemi, è scattato qualcosa di molto positivo. A Siena siamo riusciti a vincere: quest’anno, fuori casa, non è capitato molte volte. Questo non significa certo che la Juventus diventa meno lontana: se non rallenta la marcia, risulta irrealizzabile ogni idea di inseguimento. Significa solo che tra di noi funziona tutto un po’ meglio».
È successo anche, come ha ricordato Adriano Galliani, che da tre turni in campionato la difesa rossonera non subisce gol. C’è da preoccuparsi?
«C’è stata maggiore attenzione da parte di tutti. Nella fase difensiva, come ricorda Billy Costacurta, è la squadra che deve farsi valere, non il semplice reparto. Poi stanno tornando gli infortunati: con il recupero di Cafu, siamo a buon punto. Manca all’appello solo Maldini, il capitano».
C’è chi sostiene che l’inverno di Shevchenko sia troppo lungo questa volta...
«Chi è abituato ai fuochi d’artificio o ai quattro sigilli di Istanbul, in coppa Campioni, contro il Fenerbahce, può non accontentarsi dei miei attuali numeri. Prima della sosta ho fatto gol contro Inter, Messina e Livorno; dopo la sosta contro Parma e a Siena. Non è poi così male».
Che effetto le fa giocare con la fascia di capitano?
«Mi procura una gran bella emozione. Se penso a quando sono arrivato per la prima volta a Milano, il passaggio davanti a San Siro, lo studio dell’italiano e gli allenamenti a Milanello, mi sembra di correre indietro di un secolo. C’erano Maldini e Costacurta, Weah e Leonardo, Boban e Albertini, molti sono ancora al mio fianco: ed è questo culto dell’appartenenza che fa del Milan una squadra speciale».
Neve a parte, come sarà contro la Samp?
«A Milanello ci siamo allenati sotto il pallone, al coperto, a San Siro invece le condizioni saranno sicuramente migliori. Contro la Samp si tratta di un esame impegnativo. Noi del Milan abbiamo sempre vinto in casa, dieci volte su dieci, quelli della Samp hanno sempre fatto bella figura in trasferta. Non sarà semplice riuscire a trovare varchi. Avremo bisogno dell’aiuto di tutti».
Kakà è stato decisivo contro il Palermo in coppa Italia: è entrato e ha servito la palla-gol per Gilardino...
«Per fare una battuta ho detto a Riccardo che se si ripete contro la Samp, noi attaccanti siamo disposti a offrirgli anche un paio di cene».
A proposito di Kakà: è riuscito a sbloccarsi fuori casa. Un caso o una inversione di tendenza?
«Quando si parla di Kakà, non si parla di un calciatore qualsiasi. E qualunque critica può essere smentita il giorno dopo. Come è successo a Siena»