Shevardnadze: "Quando convinsi Giovanni Paolo II a salvare la pace"

L’ex ministro degli Esteri dell’Urss racconta gli anni della "perestroika" che cambiò la Storia. "Io e Goraciov supplicammo il Papa di volare in Polonia"

«È tutto marcio, dalle radici alla punta». La rivoluzione inizia così. Una notte d’inverno del 1984 sulle rive del Mar Nero in Abkhazia, Georgia. Shevardnadze e Gorbaciov siedono al tavolo, in mezzo una bottiglia di vodka. Fuori l’impero è in decadenza. L’Urss è un carrozzone corrotto e immobile. La perestroika inizia quella notte, dopo un brindisi al futuro. Eduard Shevardnadze oggi ha 81 anni, ed è seduto sulla poltrona del suo vecchio ufficio. Il racconto inizia da quella sera sulle rive del Mar Nero.

Sono passati quasi vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Dov’era quel giorno di novembre?
«Quel giorno ero a Mosca, ero appena tornato da Berlino. Ma quella era solo la fine, il difficile era prima, prima di quel 9 novembre. Il cambiamento era nell’aria, la gente si era radunata sotto al Muro da alcuni giorni, un esercito sovietico di mezzo milione di soldati era pronto a sparare sulla gente. Gorbaciov e io allora abbiamo preso un aereo per convincere l’esercito a non intervenire. Abbiamo fermato la guerra».

E invece cadde il Muro. Cosa pensò?
«Che il cambiamento era inevitabile, il muro era un simbolo ormai da abbattere».

Voi, Gorbaciov e lei, siete stati i protagonisti della perestroika. Quando avete capito che quella rivoluzione era possibile?
«È molto difficile parlare di anni in termini di date precise. Gorbaciov era per me molto di più di un compagno di partito, molto prima che io andassi a Mosca. Abbiamo sempre parlato della situazione del Paese. Avevamo chiaro che era tutto da cambiare».

Fu allora che decise di seguire Gorbaciov al Cremlino?
«No, a dire la verità io quell’incarico di ministro degli Esteri non lo volevo. Quando Gorbaciov me lo propose io rifiutai. Poi però l’ufficio politico deliberò. E a quel punto non avevo scelta».

Perché Gorbaciov ha scelto lei?
«Io prendevo il posto di Gromiko, che aveva ricoperto l’incarico per 22 anni. Gorbaciov non aveva bisogno di un diplomatico ma di un politico, uno che credesse nella democratizzazione, nella perestroika e nella libertà. Per questo si fidò di me».

È così che si è guadagnato il soprannome di volpe grigia?
«Sì. Per la mia astuzia. In questa riconciliazione il mio ruolo è stato molto rilevante. Reagan ci accusava di essere l’impero del male. Io ho dovuto convincere il presidente degli Stati Uniti e il mondo del contrario. E non è stato facile».

Chi aveva più paura del futuro, lei o Gorbaciov?
«Per molto, moltissimo tempo abbiamo avuto la stessa visione sulle cose, stesse opinioni. A dividerci è poi stata la mia opinione sulla controrivoluzione. Io ero convinto che sarebbe stata inevitabile. Lui no. È stato allora che ho deciso di dimettermi. Ho ancora la foto che testimonia quel giorno».

Chi sono stati i nemici più insidiosi da battere?
«I militari. Ma io ho avuto un’alleata più forte di tutti: mia moglie».

Quale fu l’ingrediente fondamentale della «svolta»: le minacce di Reagan, il coraggio di Gorbaciov o il carisma di Giovanni Paolo II?
«Il ruolo del Papa è diventato fondamentale dopo, con il suo intervento in Polonia. Le minacce nucleari di Reagan facevano paura, sono servite da leva sui rapporti geopolitici. Così ad un certo punto ho deciso con Gorbaciov che era arrivato il momento di mettere in ordine le relazioni con Washington. Il primo incontro è avvenuto a Malta».

E cosa accadde?
«Eravamo nemici, ma dopo quel giorno ci facemmo una promessa: non saremo mai più avversari».

Mi racconti di Giovanni Paolo II.
«Walesa aveva da poco vinto le elezioni in Polonia. La situazione era tesa, c’era il rischio di una rivolta civile. Presi un aereo con Gorbaciov per Roma. Ho supplicato il Papa di intervenire, di parlare alla sua gente. C’era l’esercito sovietico pronto a marciare. Il primo giorno non c’è stato niente da fare. Non voleva intromettersi. Poi ci ha riflettuto e il giorno dopo è partito per Varsavia. Ha salvato la sua amata Polonia dalla guerra».

Ha mai avuto rimpianti?
«Sono stato il numero due dell’Urss per troppi anni per non avere rimpianti».

La Russia di oggi è quella che lei sognava?
«Il mio sogno di fatto si è realizzato. Separare i territori della Russia è stata una scelta giusta. Ma è stato un errore occupare la Georgia. Un errore fatale nonostante le raccomandazioni mie e di Eltsin».

Lei ha incontrato molti capi di Stato. Chi è quello che l’ha sorpreso di più?
«Sorpreso non è la parola giusta. Direi piuttosto colpito. E quella persona è Reagan. Un uomo molto colto. Ci siamo incontrati otto volte. Oggi scommetto su Obama. Anche Berlusconi è molto capace. Sa qual è secondo me il suo segreto?».

Prego.
«Più di altri politici è riuscito a capire lo spirito degli italiani. Non è un caso che ha una squadra di calcio tutta sua».

Lei credeva nel comunismo?
«Sì, certo. Sono stato il numero due per oltre vent’anni. Oggi no, non ci credo più. Oggi la cosa più importante è la stabilizzazione del Paese».

In Georgia lei è stato sconfitto dalla rivoluzione delle rose. Ricorda quei giorni?
«Stavo per essere spodestato. Ho cercato di evitarlo dichiarando lo stato di emergenza. Ma poi ho fatto marcia indietro. Sarebbe intervenuto l’esercito e ci sarebbero state vittime. Mi sono dimesso perché non volevo versare sangue georgiano».

Cosa non perdonerà mai al presidente Saakashvili, l’uomo che l’ha battuto?
«Due cose: aver dato al Paese instabilità politica e aver letteralmente sventrato la Costituzione firmata da me nel 2004».

È favorevole all’ingresso della Georgia nella Nato?
«Sì, ma oggi nessuno ci prenderebbe».