Shirley Horn, il jazz ha perso la sua ultima «divina»

Franco Fayenz

Il lancio d’agenzia è breve e laconico: «La cantante e pianista Shirley Horn è morta nella sera del 21 ottobre a Washington, la sua città natale, dove aveva sempre abitato. Aveva 71 anni, essendo nata l’1 maggio 1934». Da tempo era afflitta dal diabete per cui si era sottoposta all’amputazione di una gamba che però non le impediva di lavorare. Gli spettatori dei suoi recenti concerti la vedevano entrare in scena su una sedia a rotelle e però la voce e la delicatezza del tocco sulla tastiera non avevano perduto nulla dell’antico smalto. Nel 2003 aveva inciso con il pianista Ahmad Jamal l’ultimo cd a suo nome con un titolo quasi da testamento, May the Music Never End, possa la musica non avere mai fine.
Il pubblico italiano (e non solo) ha incontrato Shirley Horn molto tardi e per caso. È accaduto al Casinò di Sanremo, fra Natale e Capodanno del 1992, nei giorni occupati l’anno seguente (e ancora adesso) dalla prima edizione di Umbria Jazz Winter. Fu un festival di sette concerti in due sere, praticamente non annunciato. Nella seconda sera gli ascoltatori, salvo i pochissimi esperti presenti, si chiesero chi fosse quella distinta ed elegante signora di colore, entrata in scena con le mani guantate e seguita dal contrabbassista Charles Able e dal batterista Steve Williams.
Rimasero subito stupiti, allibiti. Vale la pena di riproporre qualche riga che la critica le dedicò l’indomani: «Shirley Horn canta stupendamente, si accompagna benissimo al pianoforte e diffonde intorno a sé il fascino degli artisti veri. Riesplora dalle radici brani come Return to Paradise o Easy to Remember e offre una magica interpretazione di Love is Here to Stay incantando la platea. Non assomiglia a nessuna delle «divine», a Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Betty Carter, Carmen McRae, ma talvolta sembra superarle per la raffinatezza e la sapiente economia dei mezzi vocali. È lei adesso, a 58 anni, la nuova divina». Tuttavia, se questo shock si è verificato così tardi, la colpa è stata anche sua. Il fiuto infallibile di Miles Davis l’aveva scoperta e lanciata a 30 anni. Ma poi a Shirley nasce una figlia e si ritira dalle scene per dedicarsi a lei. Ritorna soltanto negli anni Ottanta: nessuno ricorda più quella voce meravigliosa intrisa di blues, gospel e della tradizione di Broadway. Il suo nome è assente perfino da enciclopedie musicali aggiornate e per colmo i suoi dischi sono pubblicati, per qualche anno, da un’etichetta poco adatta. Poi arrivano la Gitanes e la Verve e con esse una rapida risalita e premi prestigiosi come un Grammy e il Jazz Master Award.
Quali dischi ascoltare? Tutti quelli con il suo nome. Ma non bisogna dimenticare You Won’t Forget Me (Verve, 1991) dove nel brano omonimo c’è Miles Davis, e I Remember Miles (Verve, 1998) nel quale Shirley utilizza un disegno di Miles, un autografo e una dedica con quattro X che significano naturalmente quattro baci.