La Shoah di fronte agli altri genocidi

La consapevolezza che la Shoah ha rappresentato una rottura epocale nel nostro passato è emersa tardi e lentamente nella coscienza europea ma ora, lungi dall’attenuarsi, sembra sempre più rafforzarsi. Non si è verificato quel che più temevamo, la perdita della memoria. Avevamo paura che l’oblio naturale, dovuto alla scomparsa dei testimoni e all’emergere di nuove tragedie, avrebbe attenuato o cancellato la ferita. Inoltre, temevamo il negazionismo, la trama di quanti costruivano su menzogne e argomentazioni capziose la loro negazione di quegli eventi. E ancora, temevamo di banalizzare la Shoah inserendola nella storia, di giustificarla spiegandola. E per questo avevamo posto paletti e tabù. Lentamente, senza eccessi e quasi senza traumi, i paletti cadono, i tabù perdono forza, e scopriamo che non c’era bisogno. O forse, che non ce n’è più bisogno. Tra questi tabù, ha a lungo dominato quello dell’unicità della Shoah, della sua terribile singolarità: l’idea che essa sia stata un evento fuori dalla storia, un unicum di fronte al quale anche lo storico, che di questo evento dovrebbe essere il naturale interprete, può solo trasmettere memoria \.
La rivendicazione dell’unicità della Shoah fu importante, essenziale. Ma essa non andava senza problemi. Primo dei quali, quello di creare una sorta di gerarchia delle vittime. Al culmine di questa gerarchia, in posizione assolutamente distinta, erano gli ebrei. Dopo di loro, senza possibilità di comparazione, le altre vittime, innanzitutto quelle dei campi nazisti e poi quelle degli altri genocidi: il genocidio degli armeni, del 1915, che ispirò a Hitler l’idea che si potesse sterminare un popolo senza che il mondo reagisse; e poi, naturalmente, il gulag comunista, e più vicino a noi la Cambogia di Pol Pot, il genocidio dei tutsi in Ruanda nel 1994 e via dicendo. Questa contabilità delle sofferenze ha rappresentato una gabbia per la storiografia sulla Shoah e per la riflessione storica e filosofica sul suo significato. Per quale motivo gli ebrei dovevano mantenere questo triste primato? \.
Il processo di demolizione del dogma è stato, così, lungo e difficile. Dal punto di vista storiografico, esso è passato attraverso la pubblicazione di studi importanti sul carattere “moderno” della macchina della morte nazista e sulla burocrazia dello sterminio. \. D’altra parte, il mondo cambiava rapidamente e incalzavano eventi che sotto molti aspetti, non ultimo quello del silenzio del mondo, ricordavano da vicino la Shoah: lo sterminio dei tutsi in Ruanda nel 1994, la «pulizia etnica» in Bosnia, che fondava nuovamente la violenza della guerra su criteri di razza, di sangue; e ancora, la reinterpretazione della storia imposta dalla caduta del comunismo, che richiedeva di affrontare non solo il gulag ma genocidi come la carestia pilotata da Stalin per sbarazzarsi dei kulaki che fece complessivamente sei milioni di morti, e la «rivoluzione culturale» cinese, che fece anch’essa milioni di vittime. Eppure, più il Novecento si svelava come il secolo della carneficina, più si rafforzava l’idea che la Shoah avesse rappresentato uno spartiacque epocale. Il sangue degli ebrei assassinati perché ebrei non si scoloriva nel massacro generale, ma assumeva un valore sempre più simbolico e paradigmatico. Si affacciava l’idea che l’unicità fosse di ogni genocidio, non solo della Shoah, ma che questo non togliesse spazio al confronto. Come ha scritto uno studioso attento alla comparazione, Jean-Michel Chaumont, il confronto tra la Shoah e gli altri genocidi può e deve avere come obiettivo non quello di normalizzare la Shoah bensì quello di debanalizzare la violenza, renderla anormale. Auschwitz ci obbligherebbe così a un confronto nuovo con la storia, a un rapporto critico con l’intero passato che coinvolge tanto la sfera della conoscenza quanto quella dell’imperativo morale. La sua assoluta singolarità non starebbe tanto nell’evento quanto nella memoria. Non credo che prospettive di questo genere, sempre più acquisite dalla storiografia, possano diminuire il ruolo fondamentale che la Shoah ha assunto nella nostra storia culturale, nella nostra stessa costruzione identitaria. Ed è questa, credo, la ragione profonda per cui nessuno sembra ormai avere più paura di mettere in rapporto la Shoah con i genocidi, nessuno più sente il bisogno di affermare l’ineffabilità della Shoah. Nemmeno in Israele, nemmeno a Yad Vashem, l’istituzione creata proprio per celebrare e preservare questa memoria. È storia recentissima la visita di una delegazione tutsi ruandese a Gerusalemme, per incontrarsi a Yad Vashem con alcuni storici israeliani per discutere delle tecniche di elaborazione della memoria. Solo pochi mesi fa, allo stesso Yad Vashem si è discusso per la prima volta del rapporto tra il genocidio degli armeni e la Shoah. Genocidi a confronto. I paletti sono caduti, la discussione è aperta.