SHOAH Un muro di carta contro l’indifferenza

La memoria dei lager continua a produrre una messe di rievocazioni e testimonianze: a parlare non sono più i sopravvissuti ma i discendenti

I negazionisti dell’Olocausto, inclusi il presidente iraniano Ahmadinejad che lo ha definito una «leggenda» o lo storico David Irving che sul disconoscimento della Shoah ha costruito la propria fama (nonostante qualche imbarazzante ripensamento tardivo), dovrebbero prendersi la briga di dare un’occhiata alla mole di saggi, romanzi e inchieste pubblicati per la prima volta o riproposti anche quest’anno in occasione del Giorno della Memoria. Sono libri che riassumono la tragedia dello sterminio nazista e che ogni volta, con toni, prospettive e sensibilità diverse, riaprono una piaga difficile da rimarginare.
Dopo un periodo di rimozione e di fisiologico silenzio, nel dopoguerra cominciavano ad affiorare timidamente le prime testimonianze di reduci e sopravvissuti, che attoniti trovavano la forza di espellere tormenti fino a quel momento troppo violenti per essere raccontati. In Italia il pensiero corre subito a Primo Levi, ma in tutto il mondo le voci di coloro che avevano vissuto l’orrore dei lager avvertivano l’urgenza a farsi sentire: pugni nello stomaco che scuotevano le coscienze collettive europee e mondiali. Con il passare degli anni e la progressiva scomparsa dei testimoni diretti, sono arrivate le seconde e terze generazioni, figli e nipoti della Shoah, che ancora oggi sentono la necessità di elaborare, indagare e approfondire un periodo oscuro della storia mai davvero metabolizzato. Tuttavia la questione da porre oggi è di come si possa mantenere viva una memoria tragica come quella dell’Olocausto senza che essa appaia dogmatica, ripetitiva e apologetica o, peggio ancora, una sorta di contemplazione narcisistica del passato (vedi opere di fantasia scritte sull’onda di un argomento “che tira”). Qualcuno si è chiesto se esista anche il diritto all’oblio. Scriveva Bruno Bettelheim: «Tante volte ho provato quello che prova Elie Wiesel: l’impressione che l’unica cosa da fare sia rinchiudersi nel silenzio. Questo, credo, intendeva Theodor Adorno quando scrisse che dopo Auschwitz non si poteva più scrivere poesia. Ma tacendo, facciamo esattamente il gioco di chi fa finta che quella cosa orribile non sia mai accaduta».
Ecco alcuni libri usciti in questi giorni.
Il pogrom di Adam Michnik a cura di Francesco M. Cataluccio (Bollati Boringhieri; pagg. 78, euro 7. Traduzione Laura Rescio). In questo libro lo storico polacco ricostruisce gli avvenimenti a Kielce, città della Polonia sud-orientale, occupata dalle truppe tedesche pochi giorni dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. I tedeschi incominciarono le persecuzioni contro gli ebrei della cittadina (circa 24mila persone), concentrati in un ghetto instaurato nell’aprile 1941. Alla fine della guerra soltanto due ebrei rimanevano in città. Nei mesi successivi, circa 150 ebrei si raccolsero nell’ex edificio della comunità ebraica e, nonostante i drammatici accadimenti avvenuti, furono vittime di un violentissimo pogrom: il 4 luglio 1946, una folla inferocita attaccò i sopravvissuti, massacrando 42 ebrei e ferendone una cinquantina. Quando l’ordine venne infine ristabilito, sette tra i capi dell’aggressione vennero condannati a morte. Nessun ebreo rimase a Kielce.
S’intitola La Chiave di Sara il romanzo di Tatiana de Rosnay (Mondadori pagg. 324, euro 17.50) che prende spunto dall’episodio francese del Velodrome d’Hiver, dove furono deportati dalla polizia francese collaborazionista migliaia di ebrei, anche bambini, per essere poi mandati nei campi di concentramento. Queste vicende vengono raccontate da una bambina, Sarah, che riesce a sopravvivere e da Julia, giornalista americana, che ripercorre quel terribile episodio interrogando i testimoni e cercando i sopravvissuti. Le indagini la portano più lontano del previsto.
È un caso letterario di cui si sta parlando molto il romanzo Debora di Esther Singer Kreitman, sorella del Nobel Isaac Bashevis Singer e di Israel Joshua Singer (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 416, euro 17,50). Tradotto per la prima volta in Italia, è il romanzo autobiografico di una grande autrice yiddish che narra la ribellione di una donna-scrittrice dall’interno del mondo ebraico ortodosso. Pagine di grande intensità che sembrano annunciare lo sterminio.
Il cacciatore di nazisti di Alan Levy (Mondadori, pagg. 456, euro 20), è una nuova biografia di Simon Wiesenthal. L’uomo passato alla storia per aver scovato i peggiori criminali del nazismo, ha trascorso quattro anni e mezzo a Mauthausen ed è stato l’unico della sua famiglia a sopravvivere. In questo libro vengono ricostruite le sue imprese e in particolare la cattura di Adolf Eichmann, il responsabile della Soluzione finale voluta da Hitler per lo sterminio degli ebrei.
Sempre per Mondadori è uscito Roma e Gerusalemme di Pier Francesco Fumagalli (pagg.344; euro 18), un’interessante sintesi storica e ideologica del rapporto tormentato tra l’ebraismo e il cristianesimo. Dal processo a Gesù all’Olocausto, dall’antigiudaismo dei padri della Chiesa alle polemiche su Pio XII, dai roghi medievali a Giovanni Paolo II davanti al Muro del Pianto di Gerusalemme, fino alle dichiarazioni di Benedetto XVI, il libro evidenzia i punti cruciali della storia che hanno segnato il destino delle due confessioni. Lo sforzo dell’autore è quello di dimostrare che il passato non deve diventare un macigno insormontabile che blocca ogni possibilità positiva di evoluzione.
La porta chiusa. Come sono sopravvissuta alla Shoah di Flory Van Beek (Sperling & Kupfer, pagg. 302, euro 17), è la storia di Flory, ebrea olandese. Alle prime avvisaglie di antisemitismo, insieme con il futuro marito Felix cerca la salvezza imbarcandosi per il Sudamerica, ma la nave - carica di civili di un paese non belligerante - viene fatta esplodere in mare dai tedeschi. Scampati fortunosamente, i due tornano in patria per scoprire, pochi mesi dopo, che duecento anni di pace e una proclamata neutralità sono un ben misero riparo dalla follia nazista.
La Madonna a Treblinka di Vasilij Grossman (Edizioni Medusa, pagg. 48, euro 9), è un breve racconto scritto nel 1955 dopo una visita del grande romanziere russo alla Madonna Sistina di Raffaello, esposta a Mosca per tre mesi prima d’essere restituita ai tedeschi (apparteneva infatti alla Pinacoteca di Dresda, dov’è tuttora, ed era stata portata a Mosca dall’Armata Rossa come bottino di guerra). La Madonna diventa per Grossman l’immagine di tutte le madri che morirono e videro morire i loro figli a Treblinka. Ma, lungo il racconto, si vede che è anche il simbolo delle madri dei soldati russi, e di tutti coloro che hanno sofferto durante lo stalinismo.
Il commerciante di bottoni di Erika Silvestri (Fabbri Editori, pagg. 158, euro 9.90), destinato ai ragazzi, parla infine dell’amicizia tra un vecchio deportato e una ragazzina, un legame fatto di conversazioni in cui s’intrecciano i ricordi di un vecchio, i desideri di una ragazza, la loro visione del mondo.