SHOPPING IN CINA È la rivoluzione rosa

In carriera e patita di moda: è la nuova donna del Paese asiatico

nostro inviato a Shanghai
Curano ogni dettaglio: il colore del cellulare, la forma degli orecchini, il ciuffo che spunta dai capelli annodati. Trucco preciso, pantalone stretto alla caviglia, scarpetta francese, camicetta e maglioncino aderente, borsetta in cui entrano solo le chiavi di casa e, al massimo, il rossetto. Le giovani cinesi sono le nuove giapponesi: quelle che vengono a Milano per fare la fila davanti ai negozi di via Montenapoleone e riempire i sacchetti di abiti e accessori firmati, prima di tornare a casa.
Escono al mattino e sembrano pronte per una sfilata. Molte possono permetterselo, grazie allo stipendio: prima che alla famiglia pensano alla carriera. Lavorano, prima di cercarsi un marito. E poi spendono, tutto quello che possono. Sono le cinesi della «generazione Y», una categoria che i sociologi hanno inventato per definire le donne occidentali: giovani, laureate, indipendenti e ambiziose. L’età è dai 21 ai 33 anni, il lungo periodo di transizione dalla fine dell’università al momento di sistemarsi con marito e figli. A loro lo Shanghai Star ha dedicato la copertina, perché la città più liberale della Cina è il loro regno, più delle altre metropoli della Repubblica Popolare. Perché Shanghai - dicono - è come New York, e Pechino è Washington. Il fiato pesante dell’autorità qui soffia un po’ più leggero, il collo ha tempo di girarsi e l’occhio cade - subito - sulle vetrine.
Le ventenni e trentenni cinesi sono cresciute nel mondo dei falsi, ma aspirano a comprarsi la borsa firmata, autentica. Senza bisogno di andare all’estero, perché la filiale cinese, ormai, è quasi un obbligo per i grandi marchi della moda, che poi sono gli stessi che vengono copiati. I turisti invadono case e casupole sulla soglia della putrefazione per accaparrarsi un portafoglio o un orologio «identico all’originale» (tranne che nel prezzo) e loro sperano di comprarselo in negozio. Di poterlo pagare dieci, venti o anche cento volte tanto. Se no lo stipendio a che cosa serve? Le cinesi della «generazione Y» vivono in quello che i sociologi chiamano «il gap degli 11 anni», il periodo impiegato per mettere la testa a posto e sposarsi, come le loro mamme e le loro nonne. L’ultimo censimento dice che più del 40% delle donne con laurea o diploma universitario si sposa dopo i 25 anni. Sono le stesse che decidono di aspettare ad avere un figlio: perché costa troppo, perché prima è meglio assicurarsi lo stipendio.
È per loro che Shanghai si riempie di palestre, centri benessere e istituti estetici dove possono dedicare un po’ di tempo a sé stesse, oltre che nelle vie dello shopping. Secondo un’indagine sulla qualità della vita femminile in Cina, ci sono donne che spendono l’80% dei loro soldi in beni di consumo: l’82% di loro ha fra i 25 e i 35 anni. In media hanno a disposizione duemila o tremila yuan al mese (due-trecento euro), ma c’è chi arriva ad avere 15mila yuan (1.500 euro) per i capricci personali. Come un tour nella Silicon valley a caccia di potenziali mariti milionari, organizzato da dieci ricche signore di Shanghai.
La self made woman cinese ha i suoi modelli: come Zhang Yin, una signora cinquantenne che, grazie alla sua Nine Dragons Paper, un colosso della carta riciclata, l’anno scorso si è guadagnata il primo posto nella classifica dei paperoni della Rpc. Ed è stata appena superata da un’altra donna, Yang Huiyan, che di anni ne ha 25, e ha un padre ricchissimo, fondatore della Country Garden. Anche se, tra le figlie di, la più celebre è Wan Bao Bao, prima cinese ammessa al ballo del debuttanti all’Hotel Crillon di Parigi nel 2003. Il padre, Wan Jifei, è a capo del Comitato per la promozione del commercio internazionale. E poi c’è Pearl Lam. È un’icona nel mondo dell’arte, grazie alla sua galleria Contrasts, inaugurata a Shanghai nel 1992, che ha lanciato un nuovo stile elettro-decò (lei ama «esasperare le differenze»). Si è regalata una casa con un tavolo da 60 persone che è un blocco unico in titanio: quasi abbastanza da costruirci un jet, nel caso volesse togliersi lo sfizio.